La Sciamana Ungherese

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La storia, divisa sostanzialmente in due parti, narra di come la sorte di due gemelli molto affiatati fra loro, Nitram il maschio e Nima la femmina, sia strettamente legata ad una favola che la nonna paterna ha lasciato loro in eredità da bambini. La vicenda si apre con il tentato stupro di quest’ultima, Julia, una donna ungherese che in seguito si scoprirà incarnare la figura leggendaria del Táltos, una sorta di sciamano che si discosta da quelli d’America per avere avuto un contatto diretto con le divinità prima di venire al mondo. Nel corso della prima parte, la descrizione delle personalità dei fratelli, unitamente a cenni relativi all’infanzia vissuta dai due, è intervallata da una fiaba dai tratti mitologici intitolata “La Figlia della Morte”, che a sua volta spiega come il Tempo, la Morte, la Fortuna e il Destino descritti come Dei, regolino le esistenze dei mortali. La seconda parte, descritta al presente e in prima persona, comincia con un’aggressione volta ad uccidere Nima per mano di una banda di criminali ungheresi. Questa ragazza di venticinque anni, inconsapevole di essere preposta a consentire la rinascita del Táltos attraverso un figlio da lei concepito, malgrado il suo scetticismo dovrà fuggire in Croazia per sottrarsi ad un folto gruppo di malviventi superstiziosi che ne esigerebbero la testa. Nella fattoria dei nonni paterni, alle porte di Zagabria, Nima e Nitram conosceranno il fantasma di Julia, la quale, a sua volta, spingerà la nipote a dare una direzione alla propria vita. I due fratelli, dunque, addestrati a combattere per affrontare lo scontro finale con i loro sanguinari avversari, tra varie peripezie, appureranno che il loro destino, fin da bambini, consiste nel superare i drammi del passato per dare così senso al loro presente.


Publié le : mercredi 30 septembre 2015
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EAN13 : 9782332979889
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© Edilivre, 2015
LaSciamana Ungherese
TSe c’è una cosa che ho imparato crescendo, è che leutti hanno una storia da raccontare. persone libere non hanno paura, che le storie davvero interessanti sono quelle più fedeli alla realtà. Non so con esattezza come andarono i fatti, ma ciò che avvenne quel pomeriggio di un giorno qualunque d’estate non cambia la sostanza di quanto fu, perché questa è la storia vera di una donna che non aveva paura. Una giovane donna cammina in un prato verde, sovrastato da un cielo chiaro che nasconde un sole pallido, una sfera sbiadita in attesa che grandi nuvole la costringano a tramontare per tingersi di rosa. Il vento muove l’erba, la ragazza si passa un dito dietro l’orecchio per fermare i capelli che le continuano a solleticare il viso. Il cavallo fulvo sbatte la coda a destra e a sinistra; la mucca e un modesto gregge di pecore sono intente a brucare mentre lei, con lo sguardo vacuo che si perde nella distesa infinita della campagna, pensa ai fatti suoi. Forse ha fame, oppure è stanca e allora si porta una mano alla bocca per nascondere uno sbadiglio. Soprattutto non le importa niente di ciò che fa, di essere lì ad aspettare la sera. È annoiata e cerca tra i suoi pensieri di trattenerne uno che l’aiuti a dimenticare quanto il tempo scorra lentamente. Probabilmente a cena avrebbe mangiato pollo, il suo piatto preferito; almeno una volta al mese la sua famiglia si concedeva il lusso di un pasto a base di carne. Al mattino, prima di uscire di casa, sua madre si era affacciata alla porta per annunciare sorridente una sorpresa per lei. Un dono indispensabile e non superfluo, attraverso il quale chi non ha pretese impacchetta la propria genuina tenerezza. Un pollo saporito. La parte che si aggiudicava avidamente non appena la casseruola appariva fumante sulla tovaglia era il dorso, la zona del collo ricca di piccole ossa da rosicchiare. Con la mente ne assapora già il gusto, quando qualcuno l’afferra per una ciocca di capelli strappandola così alle sue fantasie. Lei emette un lamento di dolore senza capire, s’immagina sia il padre in procinto di rimproverarla per qualcosa. Nell’attimo in cui la disattenzione viene interrotta dallo spavento, cerca di dimenarsi. Le sue dita annaspano nel vuoto per sfiorare quelle che la trattengono dietro di lei, ma prima di riuscire a toccarle riconosce il suo aggressore. Non è suo padre: è un uomo alto, corpulento, con una grande testa coperta da un cappello di paglia sgualcito. Un contadino che indossa una maglia ocra, bagnata di sudore e macchiata da cerchi violacei nelle maniche. Odora di zuppa e alcol. L’aveva visto al mercato, tre o quattro volte. Aveva udito frasi oscene schizzarle addosso come fango, ogni volta che passava accanto al suo banco di meloni e angurie sbattendo i piedi al suolo per far tuonare i passi. Parole che l’avevano fatta trasalire d’odio e resa consapevole che, presto o tardi, avrebbe avuto il coraggio di tirargli uno di quei meloni. sussurra l’uomo ansimando. Lei si guarda intorno e non vede nulla, solo piante silenziose. Si convince però che riuscirà a scappare, perché anche se è un uomo, anche se è forte, arriverà il momento in cui allenterà la presa permettendole di strappare il suo corpo via da lui. Le sue mani delicate premono ora contro il petto che le sta di fronte per allontanarlo; fa leva sulle gambe spingendo in avanti il peso. , l’ammonisce l’uomo tra i denti:. Mi ucciderà?, chiede a sé stessa, mi stuprerà e mi ammazzerà? Il contadino solleva il braccio per colpirla. L’osso del suo gomito le sfiora il naso e lei si ritrae facendo una smorfia di disgusto. Quando il dorso della mano di lui le colpisce la guancia con la violenza necessaria a farla cadere, la ragazza sente un fischio all’orecchio che le brucia. Si disse poi che quella minuta ragazza di appena sedici anni non pianse, che i suoi occhi neri cominciarono a brillare di una luce sinistra che le accese un’espressione di follia sul volto. Finalmente
l’occasione che aspettava. Lì, stesa sull’erba fresca, l’angoscia era scomparsa. Il terrore era stato cancellato come se quello schiaffo le avesse colpito l’anima e, d’un tratto, avesse compreso con lucidità di non avere più nulla da perdere. Avrebbe voluto consentire alla rabbia che l’orgoglio ferito le aveva fatto scoppiare dentro di esplodere, come un boato che annuncia un’incombente calamità naturale. Dunque, la ragazza, inspira a pieni polmoni l’aria intrisa del profumo della terra umida, come qualcuno che sta per tuffarsi sott’acqua e ha bisogno di fare scorta d’ossigeno. Si volta accennando un sorriso. L’uomo sgrana gli occhi sorpreso e cambia atteggiamento: esclama compiaciuto. Lei si rimette in piedi, si passa una mano sul vestito blu dando qualche pacca sulla gonna per cancellare i segni della caduta. Si avvicina all’uomo che la tira a sé, lasciandosi trasportare mollemente verso di lui e l’osserva senza distogliere lo sguardo. Nota che l’uomo ha gli zigomi arrossati, che intorno alla barba incolta e rossiccia si apre una bocca sdentata e decide che, per nulla al mondo, si farà sfiorare da quelle labbra. Gli slaccia la cintura di cuoio, lui parla di cose che lei ha smesso di ascoltare, e, quando resta incredulo in mutande con i pantaloni aggrovigliati sulle caviglie così legate da uno spesso laccio di stoffa, la ragazza si scansa indicando tra loro uno spazio invisibile che possa consentirle di spogliarsi. L’uomo la fissa intontito dall’incalzare degli eventi, lei passa le dita sui bottoni del suo stesso abito indugiando su uno di questi e, in un secondo che cambierà la sua vita per sempre, gli sferra un potente calcio in mezzo alle gambe. L’uomo urla, si accascia, geme rotolando su sé stesso con le mani premute tra le cosce. Lei trema ma non fugge. Cerca di calmarsi, di intrappolare le emozioni assimilandole alla consapevolezza che il pericolo è svanito, come il calore della pelle offesa dalla botta ruvida. Non vuole mostrare debolezza. Fruga nella tasca del grembiule per sfilare la sigaretta senza filtro che ha sottratto al padre di nascosto, cosa che fa abitualmente quando porta gli animali a pascolare. Anche se c’è vento, prova ad accenderla senza voltare le spalle all’uomo che piange. L’accende e respira. Soffiando fuori il fumo, muove la testa di lato in direzione dell’uomo agonizzante, con quel fare compassionevole che si assume quando ci si appresta ad ascoltare un bimbo. Quindi alza il mento verso un punto indefinito sopra la schiena curva di lui e, riacquistando padronanza di sé, comincia a parlare. No, certo che no, cosa vuoi che sappia una bestia ignorante come te.>. Aspira un’altra boccata di sigaretta e, mentre l’uomo perde la saliva a getti che cola su poche margherite bianche, prosegue: . Julia, questo è il suo nome, si accorge che le gambe del contadino vibrano come fossero percorse da scosse elettriche, allora s’interrompe. Scaglia la sigaretta sulla fine di quella ingiustificata brutalità, e se ne va. Quando si trova vicina al cavallo, vede in lontananza l’uomo immobile, steso inerme a pancia in giù, e un macabro presentimento la turba nuovamente, proprio mentre la disperazione sembrava essersi dissolta come i colori del cielo. L’uomo morì, d’infarto si disse, e Julia era mia nonna. Questo è quanto so in merito alla vicenda, o almeno è la versione più plausibile. Qualcuno disse che, in realtà, fu proprio il cavallo di Julia a salvarla, che corse al galoppo in suo soccorso schiacciando il contadino con gli zoccoli. Altri dicono che furono i lupi a sbranarlo, perché la nonna, loro amica, sapeva comunicare con gli animali e li chiamò. Comunque mi sono sempre parse teorie poco convincenti, più orientate a sminuire quella tragedia attraverso un tocco di poesia che altro. Tuttavia, in quali modalità Julia e i suoi genitori furono informati della morte dell’aggressore, e come fu stabilita la sua fuga da Szeget verso Zagabria, non mi è stato detto. Forse maledissero quel giorno, e sicuramente piansero per la perdita dell’unica figlia costretta a partire senza il supporto del loro grande amore. Ma che avesse peccato questo no, perché aveva saputo difendersi con dignità e questo le sarebbe servito negli anni a venire. Immagino che la madre avvolse poche cose in una coperta arrotolata che mia nonna si mise sulle spalle; che le diedero i pochi risparmi custoditi nel fondo di un cassetto segreto, o di un vaso di fiori, e che l’abbracciarono con intensità dondolandosi al ritmo di una nenia d’addio. Un faticoso viaggio l’avrebbe attesa in cerca di rifugio da amici, amici di amici, e in ultimo un’anziana cugina della madre che si era stabilita a Zagabria alla nascita di Julia. Potrebbe essere partita nella fredda foschia dell’alba, dopo una notte insonne fatta di preparativi frettolosi che
l’avrebbero separata da quanto di più caro conosceva. Forse si domandò quale oscura maledizione si fosse abbattuta sulla sua esistenza di ragazza semplice, e il suo avvenire le parve buio e desolato come il viale polveroso che percorse in silenzio per raggiungere la carrozza più vicina. Soltanto il tempo le avrebbe insegnato che gli eventi capaci di segnare il nostro destino accadono in fretta, spinti da una serie di impercettibili coincidenze, e sono capaci di stravolgere la quotidianità a cui siamo affezionati con un poderoso calcio.
Ricordo mia nonna paterna come una donna la cui età, sessantatré anni, non le aveva sottratto l’entusiasmo del gioco. Dietro la cascina in cui abitava con il nonno, oltre la stalla che chiudeva il perimetro del giardino di casa, correva a perdifiato nell’immenso campo verde che si apriva imponente davanti a noi. Il cane abbaiava, ci seguiva, ci tagliava la strada e, raggiunta la zona in cui c’erano i papaveri rossi, si rotolava in preda all’euforia con me e sopra di me. Mia nonna rideva, mi sollevava prendendomi da sotto le ascelle con il costato premuto sulle mie vertebre e mi faceva girare vorticosamente. Vedevo le mie gambe svolazzare nel vuoto, per accasciarsi lentamente al suolo un attimo dopo. Poi il tonfo delle sue membra abbandonate sulle sterpaglie, e il fruscio delle braccia che ondeggiavano sui fiori e sulla nostra giornata perfetta. Non mi è stato insegnato né l’ungherese né il croato, ma quando mia nonna si rivolgeva a me la capivo, come se quelle parole che prese singolarmente avevano un significato oscuro, tutte insieme mi penetrassero dentro assumendo il senso di quanto intendeva comunicarmi. Credo che i bambini possiedano un vocabolario universale che non ha limiti di razza, e che venga in seguito smarrito in qualche scatolone stracolmo di vecchie abitudini. Julia m’insegnò a salire sugli alberi, quello più vicino a casa era un ciliegio da cui non smettevamo di raccogliere frutti. Ce ne stavamo in piedi sui rami, di tanto in tanto ci scambiavamo sorrisi teneri mentre ascoltavamo il rumore delle foglie strapparsi sotto le mani. Mio padre Damir, una volta, mi disse che sua madre era analfabeta: , mi spiegò. La notizia mi rese felice perché neppure io, a cinque anni, sapevo fare quelle cose, perciò pensai che eravamo proprio uguali noi due. dissi ingenuamente. Non rispose. Mia nonna non sarebbe stata capace di scrivermi una lettera, o leggermi un libro accanto al fuoco come faceva mia madre Marisa durante le nostre vacanze invernali al mare, sedute davanti ai tizzoni scintillanti che ardevano nel camino di pietra, però sapeva bene di cosa ha bisogno un bambino. Sapeva che un bambino deve divertirsi, sporcarsi, urlare al vento con il solo scopo di sentire l’eco della sua inesauribile energia. Sapeva che i bambini amano giocare con gli animali, partecipare a ciò che fanno gli adulti, rotolarsi sull’erba, essere baciati, abbracciati stretti stretti e di nuovo baciati. Quando andavamo a trovare i nonni, in quella che era ancora la Jugoslavia, nella modesta fattoria alle porte di Zagabria, Julia si dedicava a me completamente. Di rado i miei facevano viaggi lunghi in macchina con me e il mio gemello Nitram, dato che avevamo il problema di vomitare entrambi a causa del mal di movimento. Solo chi stava seduto davanti, in braccio alla mamma e col finestrino aperto, riusciva a resistere parecchie ore. Ma l’altro, sistemato dietro, vomitava comunque. Cominciai a soffrire il mal d’auto a sei anni, mentre Nitram due prima, quindi viaggiavo di più per la comodità dei nostri genitori. Inoltre, mia nonna, avrebbe tanto voluto una figlia femmina, sicché mio padre portava più spesso me per accontentare quel suo desiderio rimasto irrealizzato. Esisteva tra lei e mia madre un rapporto di reciproca cortesia, ma se Marisa era affascinata dalla suocera con la quale avrebbe desiderato trascorrere le giornate delle annuali visite a disquisire, o a tentare di farlo, Julia preferiva godersi la nipotina quasi muta. Le due donne si facevano segni di approvazione col capo non appena il loro sguardo s’incontrava; era chiaro però che non avessero nulla in comune, ad eccezione di me, mio fratello e mio padre. Credo anzi che la nonna fosse profondamente dispiaciuta che i suoi tre figli si fossero stabiliti in Paesi così distanti: Svezia, Italia e Australia. Forse, una parte di lei, accusava ogni singola moglie di averli trattenuti in città a cui lei aveva accesso solo attraverso poche cartoline. A sedici anni, Julia, aveva visto sua madre serrare in un pugno che mordeva tra le lacrime il rimpianto per aver giurato di non partorire più, soffocando in un singhiozzo il presentimento che Dio l’avesse punita per questo
costringendo Julia, l’unica figlia, a fuggire. Così la nonna promise a sé stessa che non avrebbe ripetuto quell’errore, che avrebbe sopportato l’antica tortura le volte necessarie ad annientare il pericolo della solitudine in vecchiaia. Eppure aveva ereditato la medesima sorte come una malattia genetica. Mia madre era alla perenne ricerca di una buona occasione per interrogare la nonna sulle abitudini di Damir, in merito a che tipo di studente fosse quando era giovane e cose di questo genere. Chiedeva ripetutamente a papà se, per favore, poteva tradurre per lei innumerevoli domande che conducevano Julia a rivisitare i tempi passati. raccontava mia nonna, e, ad ogni ulteriore notizia sul marito, mia madre s’illuminava di ammirazione per quell’uomo il cui vissuto selvaggio, diverso da tutto ciò che aveva conosciuto, lo trasformava nell’eroe primitivo della sua fantasia. Picchiettando con le posate sui piatti color panna, finiva puntualmente per inforcare il boccone sulla domanda sbagliata, quella che faceva immobilizzare la nonna come una dama in posa per un dipinto. Damir si sforzava di persuaderla a cambiare argomento, però lei insisteva da dietro il tovagliolo con cui tamponava il rossetto unto d’olio: .
, rispondeva Julia con un’inflessione della voce profonda, la cui solennità rivelava apertamente disappunto. Le lanciava occhiate che partivano dall’alto, percorrendo velocemente il profilo di mamma; la pettinatura impeccabile, la postura impettita con le braccia appiccicate alle costole, i vestiti eleganti, per giungere alle dita che vistosi anelli facevano brillare sulle posate d’acciaio. Ero l’unica ad accorgersene. Julia, rammentava quando suo figlio Damir e i suoi amici scappavano a capo chino per ripararsi dal frastuono dei colpi di fucile, mentre benestanti proprietari di rigogliosi alberi da frutta li minacciavano per essere stati derubati di un cesto di susine. Avevano fame. Un bambino di appena sette anni, per non beccarsi un proiettile, scivolò in un viottolo di ghiaia fracassandosi il cranio su una grossa pietra e non si rialzò più. Quando tornarono a cercarlo, lo trovarono in una pozza di sangue da cui emergeva un’insulsa prugna acerba. Il vento aveva soffiato le grida lacerate della madre che teneva in grembo il suo piccolo fino a Julia, la quale, ripensandoci, pareva ritrarsi da quella sciagura spingendosi indietro sulla sedia. Una settimana dopo, la donna penzolava da un frassino nella tenuta del contrabbandiere di riso che aveva inseguito il gruppetto di ladruncoli, come un dito accusatore che, puntato sulla sua vergogna, lo convinse ad accollarsi il mantenimento del vedovo nella speranza di smetterla con gli incubi di cadaveri sanguinanti. aggiungeva. Siccome papà ripeteva le frasi in italiano, Marisa si affidava al tono pacato di Damir e, convinta che la nonna replicasse scherzosamente, emetteva risatine scoppiettanti che facevano ridere di gusto mio nonno Deda dall’altro capo del tavolo. Quando Marisa usciva nelle fresche ore mattutine per invitare la migliore amica di Julia, che parlava diverse lingue tra cui l’italiano, nel tentativo di trasformare la cucina disadorna in una sala da tè in cui conversare, la nonna dalla soglia guardava con rimprovero la mamma camminare a piccoli passi imprigionati dalla gonna aderente, mentre i suoi tacchi affondavano nel terriccio morbido. Quindi slegava i lunghi capelli grigi, a tratti color pece, e spalancava un radioso sorriso sulla mia infanzia consapevole.
Julia scrutava il futuro nei fondi di caffè. Faceva bollire abbondanti cucchiaiate di quella polvere scura che mio padre le portava dall’Italia, e, quando i suoi ospiti lo avevano bevuto, cominciava a studiare le trame mollicce del loro destino. Con una cornacchia sulla spalla, salvata quando ancora inabile al volo che compariva in cerca di carne cruda e compagnia, faceva oscillare le tazzine sotto la sapiente guida delle sue dita. Poche gocce di liquido erano sufficienti a svelare amanti traditi, amori in procinto di sbocciare, lutti, ricchezze, nemici nascosti e oggetti che aspettavano di essere ritrovati da sotto un comò. Gli spettatori annuivano in segno di approvazione, colpendo il verdetto con una manata sul tavolo come per scacciare una mosca fastidiosa. Dicevano che la nonna era una strega, e il vicinato teneva in gran considerazione i suoi rimedi casalinghi. Sulle mensole della cucina, in barattoli di vetro, conservava miscele di erbe di sua invenzione utili alla circolazione del sangue, a smettere di russare, per migliorare l’alito oppure accendere la passione. Soprattutto dispensava formule magiche che sicuramente non avrebbero fallito, perché mai nessuno finora si era lamentato dell’operato per il quale non chiedeva compenso alcuno. Julia e Deda dormivano in stanze diverse da circa quindici anni, spesi in quasi totale indifferenza. La nonna aveva scoperto una scappatella del marito grazie ai suoi poteri di veggente. Pagò persino alcuni ragazzini per seguirlo e provare la fondatezza delle sue intuizioni. L’uomo dai glaciali occhi azzurri che aveva scelto per sé perché parlava l’ungherese, intraprese una relazione con una donna che frequentava la loro casa. L’inganno non durò: Julia pose fine alla vicenda invitando la sventurata amante nella propria dimora, per poi picchiarla selvaggiamente sotto lo sguardo incredulo del nonno. Da allora Deda prese a comportarsi come un corteggiatore perseverante, senza peraltro ottenere perdono, e, quando la nonna riceveva gente in cerca di risposte, lui assicurava con orgoglio ai presenti che Julia sapeva il fatto suo in materia di mistero. Me ne stavo al suo fianco, stordita dall’odore di legna bruciata che aleggiava dappertutto, ad imparare come si fa a spiare nel futuro tra un pizzicotto sulla guancia e l’altro, dati da questa o quell’altra amica. Ricordo che, in tali occasioni, mi concentravo sulla cornacchia. Quel cavolo di uccellaccio con il becco appuntito, saltellava qua e là con quei tipici movimenti a scatto dei pennuti rappresentando la minaccia di una beccata in caso di distrazione. Però fu proprio la cornacchia, mi disse nonna, a suggerirle in sogno la ricetta per un bagno che mi avrebbe indurito la pelle preservandola dai danni delle ustioni. Quella stessa estate infatti, giunti in Italia per continuare le ferie d’agosto a Vulnetia, in Liguria, mia madre per errore, mentre mio padre si apprestava a farmi una foto dopo cena, mi rovesciò addosso un vassoio contenente otto tazze di caffè bollente. Benché i dottori sostenessero che ne avrei portato i segni per la vita, non fu così. Dell’accaduto rimasero una foto scattata nel momento in cui il vassoio si rovesciava ed io urlavo, oltre ad alcune chiazze chiare sull’addome e sulla coscia che tuttavia sparirono dopo circa tre anni. La nonna aveva ragione. Resiste nella memoria la visione di me, benché talvolta mi sembri essere frutto della mia immaginazione, che mi sveglio intontita nel cuore della notte, accarezzata da Julia. Mi bacia la fronte invitandomi a guardare fuori dalla finestra il cielo blu, pieno di stelle, e mi conduce nel prato umido dove mi spoglia. Ho freddo e tremo. Le piccole braccia, il ventre gonfio e le gambe magre vengono cosparsi da qualcosa di appiccicoso che, alla fine, viene lavato con acqua attinta da una bacinella. Sono scossa dai brividi; lei sussurra cose incomprensibili, il cane piange perché la catena gli impedisce di raggiungerci. Alberi distanti appaiano come guardiani di un universo sconosciuto. Non ho paura, non ho sonno, sono sveglia e all’aperto nell’ora in cui ai bambini è proibito. Condivido un segreto con mia nonna, una sorta di rito magico di quelli che si vedono nei film che invece
per me rappresenta la realtà. Julia mi asciuga strofinandomi energicamente, per poi avvolgermi in una coperta. Non voglio tornare a letto; allora lei mi guarda con il volto acceso di luce materna e ci vestiamo cercando di non fare rumore. Andiamo nella stalla dove ci aspetta il cavallo già sellato di nonna, una creatura splendida dal mantello lucido e il colore indefinito. Desidero salirgli in groppa, ho fretta di farlo perché sono disgustata dai topi di campagna che si nascondono nel fieno, però quando lo faccio temo di cadere. Non accadrà. Proverò l’emozione della velocità, del vento pungente sulla faccia; ascolterò il ritmo di suoni che mi batteranno nel petto come una musica primitiva ed incalzante. Volerò tra gli arbusti in uno scenario fantastico che mi lascerà addormentata all’alba porpora di un’esperienza eccezionale, solo mia. Magari quello fu un sogno di bambina, non saprei dire con certezza. Comunque, da allora, non vidi più i miei nonni paterni. Il giorno che partimmo mi avvicinai al cane, Lassie, per salutarlo; poiché mangiava mi ringhiò, e Deda gli disse qualcosa per farlo smettere. Ci osservammo intensamente, io e il nonno; Julia non era presente. L’inverno seguente, a Milano, nel lettino accanto a quello dei miei genitori, aprii gli occhi nel buio silenzioso della camera da letto e vidi che mio padre non dormiva. chiesi, , rispose. Tornati da Zagabria, dissero che il nonno era morto il pomeriggio precedente il loro arrivo. La nonna non c’era già più, aveva cominciato a preparare le valigie circa un mese prima, predisposto ogni cosa per il funerale quando ormai il nonno aveva smesso di muoversi. Quindi se n’era andata. La sua migliore amica aveva scritto un biglietto dettato da lei, nel quale confessava che le mancava casa sua, la città in cui era cresciuta, e che preferiva che nessuno della famiglia avesse dovuto assistere al suo declino. Nella lettera c’era una piuma di uccello, credo fosse della cornacchia e la conservo tutt’oggi. Disse di farmi sapere che quando un uccello si fosse posato sulla mia finestra una buona notizia sarebbe giunta per me, come se me l’avesse recapitata lei personalmente. Amava tanto i suoi nipoti che sarebbero vissuti nei suoi pensieri quotidiani, così sensibili e testardi, i suoi preziosi bambini. Lasciò inoltre un libricino, una specie di antica favola tradotta in italiano che si raccomandò di far leggere a me e mio fratello, al quale fece anche avere un disegno fatto da loro, lui e Julia, una volta in cui mamma e papà avevano portato Nitram lasciando me in città. Qualche anno dopo, una zia centenaria di mio padre ci disse che Julia era in buona salute, ma nessun accenno a dove si fosse stabilita. Damir non la cercò nel rispetto delle sue decisioni in quanto contestare un genitore era inammissibile per la sua mentalità. Dal canto mio, ebbi l’opportunità di bearmi per molto tempo nell’assurda convinzione che la nonna non fosse mai morta.
FAVOLA: La Figlia della Morte
In un luogo senza tempo, nell’oscuro spazio, abitavano eternamente Coloro i Quali regolavano tutte le cose. C’era la Morte, che strappava le anime dai rispettivi involucri; il Destino, che tracciava i percorsi di ogni singola esistenza. C’era la Vita, che accendeva una luce nelle forme più svariate; il Tempo, che scandiva il ritmo del cosmo, e la Fortuna pronta ad elargire i suoi servigi laddove fosse richiesto. Trascorsi secoli di duro impegno, la Morte era stanca delle perenni suppliche che gli spiriti le rivolgevano per restare dove fossero stati collocati dalla Vita, o per tornare tra le divinità. Le piaceva soprattutto rispondere agli indovinelli che i mortali, ignorando che la Morte si cimentasse nel dare risposte appropriate, si ponevano tra loro. Poiché preferiva ricevere domande piuttosto che preghiere, decise di avere una figlia affinché l’aiutasse ad esaminare quei casi per lei di scarso interesse. La chiamò Verità e le conferì il potere di cambiare la sorte degli esseri viventi. Furono tutti d’accordo con tale scelta, ad eccezione della Fortuna che non gradì interferenze su quanto le competeva di diritto. D’altro canto, sosteneva, era pur lei a dare o togliere la sua benevola assistenza; siccome però la Fortuna dipendeva dal Destino, e questo fu lieto di benedire la comparsa della Verità, dovette arrendersi. La Verità era tanto allegra quanto categorica: acconsentiva alle creature che rispettavano le leggi dell’universo di vivere più a lungo e perfino in più riprese, ma era irremovibile quando stabiliva di stroncare quelle che venivano chiamate Anime Buie. Per queste, infatti, la Morte sopraggiungeva rabbiosa per gettarle malamente in gabbia e spedirle poi nel Nulla, dove si sarebbero lentamente dissolte. Assumere sembianze mortali era un mezzo della Verità per rendere un corpo invincibile, oppure trasformarsi nell’arma divina che ne avrebbe distrutto un altro al solo tocco, benché fosse comunque affare della Morte portarle via. Accadde così che un cervo reso maestoso dalla Fortuna, mentre s’aggirava spavaldo tra i fitti arbusti di montagna, scorse a valle una cavalla bianca trotterellare pigramente nel suo recinto. Per merito della grazia di cui godeva inconsapevole dalla nascita, il cervo riuscì a farsi benvolere in men che non si dica, così che i due ebbero occasione di vedere molte lune splendere sul reciproco affetto. Un giorno, al culmine di un caldo pomeriggio di primavera inoltrata, la cavalla, non vedendo il suo cervo apparire all’ora in cui era solita attenderlo, si unì a brucare l’erba con uno stallone con il quale divideva la stalla. Quando il cervo arrivò dalla sua bella, osservandola in compagnia di un maschio della sua specie, fu pervaso dalla gelosia. La paura di non essere all’altezza scatenò in lui quella ferocia che lo condusse a prendere a cornate la dolce puledra. , chiese lei atterrita, , replicò lui. La cavalla allora disse: . Il cervo, ormai sicuro di aver perso il suo amore, proseguì: . In quel medesimo istante, la Verità s’impossessò della cavalla che, resa in tal modo incolume ai colpi che l’avrebbero uccisa, si alzò sulle zampe per travolgere con gli zoccoli il cervo e spedirlo tra le braccia della Morte. Quando costui si spense, la Fortuna s’infuriò per aver visto annientare i propri poteri volti a proteggere l’animale. Dichiarò che non avrebbe tollerato più una simile umiliazione e, silenziosamente, giurò vendetta. Le due non potevano certo andare d’accordo: la Verità albergava nella coccinella che sfuggiva dalla tela del ragno privilegiato dalla Fortuna, e insomma quest’ultima terminava il suo compito non appena la Verità faceva il suo ingresso ovunque si fossero trovate insieme.
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