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Le Borgate del fascismo

De
378 pages

Le borgate nate in epoca fascista rappresentano una pagina fondamentale della storia di Roma contemporanea. Additate come i luoghi più malfamati della città, specchio dei suoi contrasti socio-economici e urbanistici, in esse può riassumersi il modo disordinato in cui la capitale è cresciuta e si è sviluppata. Avamposti dell’espansione edilizia del secondo dopoguerra, le borgate hanno costituito il luogo d’approdo per migliaia di famiglie dalle molteplici provenienze. Argomento fino a oggi poco dissodato, il processo di popolamento della periferia romana è affrontato in questo libro per mezzo di nuove fonti archivistiche, con cui è stato possibile verificare ipotesi di studio di recente acquisizione. Sullo sfondo, la storia del più importante Istituto di case popolari italiano svoltasi durante il ventennio, un periodo nel quale l’ente, fiancheggiatore delle politiche urbanistiche e abitative del fascismo per la capitale e, seppur a fasi alterne, organo edilizio del Governatorato, fu impegnato nella costruzione di intere parti di città e in quella di un vasto esperimento pedagogico di educazione fascista nei suoi caseggiati, contribuendo anch’esso all’instaurazione di un sistema dalle caratteristiche totalitarie.


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Le Borgate del fascismo Storia urbana, politica e sociale della periferia romana
Luciano Villani
Editore: Ledizioni Anno di pubblicazione: 2012 Data di messa in linea: 7 mai 2014 Collana: Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino ISBN digitale: 9788867052325
http://books.openedition.org
Edizione cartacea ISBN: 9788867050161 Numero di pagine: 378
Notizia bibliografica digitale VILLANI, Luciano. Ng"Dqti cvg"f gn"hcuekuo q<"Uvqtkc"wtdcpc."r qnkvkec"g"uqekcng"f gnc"r gtkhgtkc tqo cpc0Nouva edizione [online]. Milano: Ledizioni, 2012 (creato il 03 agosto 2016). Disponibile su Internet: . ISBN: 9788867052325.
Questo documento è stato generato automaticamente il 3 août 2016.
© Ledizioni, 2012 Creative Commons - Attribution-ShareAlike 3.0 Unported - CC BY-SA 3.0
Leborgate nate in epoca fascista rappresentano una pagina fondamentale della storia di Roma contemporanea. Additate come i luoghi più malfamati della città, specchio dei suoi contrasti socio-economici e urbanistici, in esse può riassumersi il modo disordinato in cui la capitale è cresciuta e si è sviluppata. Avamposti dell’espansione edilizia del secondo dopoguerra, le borgate hanno costituito il luogo d’approdo per migliaia di famiglie dalle molteplici provenienze. Argomento fino a oggi poco dissodato, il processo di popolamento della periferia romana è affrontato in questo libro per mezzo di nuove fonti archivistiche, con cui è stato possibile verificare ipotesi di studio di recente acquisizione. Sullo sfondo, la storia del più importante Istituto di case popolari italiano svoltasi durante il ventennio, un periodo nel quale l’ente, fiancheggiatore delle politiche urbanistiche e abitative del fascismo per la capitale e, seppur a fasi alterne, organo edilizio del Governatorato, fu impegnato nella costruzione di intere parti di città e in quella di un vasto esperimento pedagogico di educazione fascista nei suoi caseggiati, contribuendo anch’esso all’instaurazione di un sistema dalle caratteristiche totalitarie.
INDICE
Elenco delle Abbreviazioni Introduzione
Parte I. Le nuove borgate popolarissime Capitolo 1. Dalle “casette comunali” alle borgate governatoriali: lo scontro con l’amministrazione Ludovisi 1.1 La crisi degli alloggi 1.2 La gestione degli Alberghi suburbani 1.3 Le “casette comunali” Capitolo 2. Come, quando e dove nacquero i nuclei di baracche e ricoveri governatoriali 2.1 Una città dai due volti 2.2 Le prime borgate: Prenestina, Teano, Primavalle 2.3 Sette Chiese e Appio, le borgate dai sistemi brevettati 2.4 Tor Marancia, Gordiani, Pietralata Capitolo 3. Gli “intensivi” dell’Ifacp: Val Melaina e Donna Olimpia 3.1 La mediazione del Ministero delle Finanze e l’avvio del ciclo 1930 3.2 Caratteristiche dei blocchi intensivi dell’Istituto e spunti di analisi sulle assegnazioni degli alloggi 3.3 Le difficoltà finanziarie dell’Ifacp Capitolo 4. La convezione del 1936 e la gestione delle vecchie borgate 4.1 Le trattative 4.2 L’Ifacp e le vecchie borgate
Parte II. Le nuove borgate popolarissime Capitolo 5. La casa popolarissima: tipologie edilizie tra ruralismo, razionalismo e autarchia 5.1 Il contesto italiano 5.2 Le borgate rurali e la casa popolarissima 5.3 Pietralata e Tiburtino III 5.4 “Sorge Primavalle” 5.5 Le borgate per i rimpatriati: il Trullo e il Tufello Capitolo 6. I cambi di domicilio verso le case dell’Ifacp avvenuti a Roma dal 1935 al 1940 6.1 Sventramenti al centro e nascita delle borgate: un nesso da investigare ancora 6.2 Aree centrali in demolizione e destinazioni delle famiglie sfrattate assegnatarie di case Ifacp 6.3 Il popolamento delle borgate popolarissime Capitolo 7. Il quarticciolo e le borgate per le famiglie numerose
7.1 Il Quarticciolo, l’ultima borgata popolarissima del fascismo 7.2 I villaggi Pater per le famiglie numerose: Acilia e San Basilio
Parte III. Vivere in borgata Capitolo 8. La politica dell’Ifacp nei confronti del suo inquilinato 8.1 Le premesse e l’adozione di un programma di educazione fascista 8.2 Le istituzioni accessorie organizzate dall’Ifacp 8.3 Le regole, il controllo, le sanzioni Capitolo 9. Il ricatto della fame. Politiche di assistenza e repressione del dissenso 9.1 L’assistenzialismo fascista, tra controllo e ricerca del consenso 9.2 L’Ente Governatoriale di Assistenza 9.3 La dissidenza dei borgatari nei fascicoli della PS Apparato iconografico Elenco delle opere citate Ringraziamenti
Elenco delle Abbreviazioni
ACS: Archivio Centrale dello Stato DAGR: Divisione Affari Generali Riservati ASC: Archivio Storico Capitolino ATER: Azienda Territoriale Edilizia Residenziale CPC: Casellario Politico Centrale CPP: Contratti pubblici e privati DG: Deliberazioni del Governatore DGAC: Direzione Generale Amministrazione Civile DGPS: Direzione Generale Pubblica Sicurezza ECA: Ente Comunale di Assistenza EGA: Ente Governatoriale di Assistenza EOA: Ente Opere Assistenziali F. GRAMSCI: Fondazione Gramsci F.P.: fascicoli personali GaB: Gabinetto GIL: Gioventù Italiana del Littorio LL.PP.: Lavori Pubblici IFACP: Istituto fascista autonomo case popolari IPAB: Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficienza INFAIL: Istituto nazionale fascista delle assicurazioni per gli infortuni sul lavoro INFPS: Istituto nazionale fascista previdenza sociale MI: Ministero dell’Interno ODS: Ordine di servizio ONB: Opera Nazionale Balilla OND: Opera Nazionale Dopolavoro ONMI: Opera Nazionale Maternità e Infanzia PCM: Presidenza del Consiglio dei Ministri PNF: Partito Nazionale Fascista SPD, C.O.: Segreteria Particolare del Duce, Carteggio Ordinario VOL.: volume V RIP. V Ripartizione II RIP. II RipartizioneApparato iconografico
Introduzione
«Sono 300.000 mila i romani che abitano in borgate sorte fuori dal Piano Regolatore. Una città nella città, grande quanto Catania, completamente abusiva. Queste borgate non hanno acquedotto, scuole, autobus, fogne, strade decenti. Per il Comune di Roma, che ne ha tollerato la crescita per trent’anni, fino a pochi mesi fa semplicemente non esistevano. Negli ultimi anni i borgatari si sono organizzati, il problema si è fatto politico, stava per esplodere. Così lo scorso aprile il Comune ha deciso di accettare la situazione di fatto e di integrare le borgate abusive nella città. Ma c’è ancora tutto da fare. Bisogna rendere veramente abitabili 150 milioni di metri cubi di case costruite a casaccio, su lotti venduti senza licenza e a caro prezzo da proprietari terrieri che hanno speculato su chi non poteva permettersi una casa vera e in città». Così si apriva un servizio del Tg2-notte andato in onda nel 197611. Il consiglio comunale aveva da poco approvato la proposta di “perimetrazione dei nuclei edilizi consolidati e spontaneamente sorti”2con cui 55 borgate abusive, escluse dal PRG del 1962, divennero legali, avviando per esse un percorso di recupero edilizio ed urbanistico. Altre tappe seguirono a quella giornata ed altre borgate nacquero dopo di essa, mentre l’intera storia delle borgate rinvia a pagine più remote, che risalgono agli anni del fascismo. Allora non si trattò di borgate abusive poiché, sebbene non tutte ricadessero entro i confini del Piano Regolatore, la loro edificazione fu decisa dall’alto. Quello tra Roma e le sue borgate è un rapporto inestricabile. Additate come i luoghi più malfamati della città, specchio dei suoi contrasti socio-economici ed urbanistici, in esse può riassumersi il modo disordinato in cui la città è cresciuta e si è sviluppata. Nel suo assetto urbano, le borgate costruite in epoca fascista hanno funzionato da direttrici dell’espansione, un po’ per tutte le direzioni. Sorte nel nulla hanno costituito l’avamposto per l’edificazione di interi quartieri nati dopo, supportando l’allacciamento delle parti più prossime al centro cittadino ai lembi più estremi, senza però fissarne il limite esterno. Altre borgate, dopo quelle fasciste, hanno ripreso quello stesso modo di fare avanzare la città, in un succedersi di periferie e strade generalmente poco battute dal turista, dove però la vita di tanta gente che a Roma abita scorre imperscrutabile. Dalle periferie di solito ci si muove per andare al lavoro, in un flusso continuo di spostamenti e comunicazioni, di lunghe ore trascorse in un mezzo pubblico o privato. La viabilità non è certo una caratteristica delle migliori a Roma, il servizio pubblico non gode di buona salute e si ha la netta sensazione che non agisca in alcun modo sul volume del traffico veicolare. Raggiungere il centro da un qualsiasi punto della periferia può costare, a seconda dell’orario, anche più di un’ora o due. Ma c’è stato un tempo in cui muoversi da una parte all’altra poteva voler dire immergersi in una realtà completamente diversa, se la si attraversava dal centro alla periferia, una città a parte, forse nemmeno proprio una città, insomma un’altra Roma. Paradossalmente, tra tutte le parti che compongono la storia della capitale, quella relativa alle sue borgate storiche è tra le meno conosciute. Sviluppata nell’ambito di studi più vasti dedicati all’intera città, oppure in lavori di taglio sociologico o di denuncia politica3, la trattazione del tema riscontra un certo grado di approssimazione che ha influito non poco
sulla formazione di un vero e proprio «mito di fondazione»4, in un complesso e reciproco gioco di specchi tra letteratura e memoria. A tramandarlo e diffonderlo, infatti, oltre alla carta stampata e a quella ingiallita dei libri, ci ha pensato anche la tradizione orale. Un’autonarrazione collettiva che, nel dare una spiegazione sulla nascita della prima periferia romana e sull’origine del suo popolamento, ha finito col generare una sorta di “invenzione della tradizione” secondo cui la popolazione delle borgate discenderebbe direttamente dai luoghi centrali e più antichi di Roma sottoposti a demolizione durante il fascismo. Fatto vero solo in parte, secondo un’ipotesi di studio che la ricerca qui presentata si incarica di provare per gli anni che vanno dal 1935 al 1940. Per lo più sconosciuta appare anche la localizzazione geografica di molti di questi luoghi, la cronologia degli interventi, la loro descrizione allo stato in cui vennero ideati, le differenze tra le tipologie abitative adottate nel corso delle diverse fasi. Le fonti documentarie pervenuteci permettono di seguire nel passato le tracce del percorso di progressiva urbanizzazione che ha coinvolto le borgate, in un tempo fatto più di attese che di certezze. Raccontare Roma a partire dalle sue borgate storiche, infatti, vuol dire incunearsi nelle difficili problematiche vissute dalla popolazione che andò a risiedervi. Oltre alla descrizione dell’ambiente edilizio delle varie borgate, vi è il tentativo di comprenderne i disagi abitativi studiandone le caratteristiche insediative (la morfologia del territorio, la composizione degli alloggi, la presenza di strade e servizi, la vicinanza di luoghi di lavoro ecc.). Le pagine che seguono, dunque, abbinano la storia dei territori e delle tipologie edilizie a quella delle condizioni di vita delle persone che vi abitarono, nel tentativo di emancipare la storia urbana dalla sola «storia del costruito, dello spazio fisico», limite che ha conosciuto sovente in Italia5, collocandola in un ambito che le è più congeniale, in un incontro multidisciplinare con la storia politica e sociale. La storia delle borgate è intimamente connessa a quella dell’Istituto che le progettò – non tutte, essendo le prime di origine governatoriale - e le tenne in gestione. L’Istituto Fascista Autonomo Case Popolari è l’altro protagonista di questa vicenda. I suoi programmi costruttivi hanno disegnato molte parti di Roma, interi quartieri sono sorti per mano pubblica dall’inizio del secolo scorso fino alla fine degli anni Ottanta, quando la funzione sociale dell’Istituto è stata praticamente ridotta al mantenimento tecnico-gestionale dei gruppi già realizzati o per meglio dire rimasti, dato che alta è stata la quota di alloggi dismessi dal patrimonio pubblico. Ed è questa inattività una perdita di cui si sente grave la mancanza, dato che il problema della casa non accenna a diminuire d’importanza neanche oggi. I quartieri che l’Ifacp progettò negli anni Trenta e Quaranta, per quanto forti fossero i limiti entro i quali le prescrizioni dell’epoca consentissero di operare, tra tendenze autarchiche e imperativi di ruralizzazione, contribuirono a formare altrettante identità socio-abitative, veri e propri punti di riferimento urbani in una metropoli che a tratti appare come una distesa ininterrotta di case e palazzine indistinguibili. Non si può dire che fossero in tutto e per tutto confortevoli le case di borgata progettate dall’Ifacp. Molti i difetti di carattere distributivo, specie nelle prime realizzazioni. La scarsa ampiezza costituì un problema che non tardò a manifestarsi con conseguenze drammatiche, con l’alto sovraffollamento e una maggiore tendenza al deterioramento degli alloggi. La qualità dei materiali utilizzati non è mai stata all’altezza, i terreni sui quali sorsero le case, nella lontana periferia, furono scelti assecondando le ragioni del massimo risparmio economico, preferenze che col tempo si tradussero in una fortuna per i gruppi privati che, effettuando i successivi saldamenti, usufruirono dell’accresciuta valorizzazione dei terreni intermedi, dotati delle infrastrutture e dei servizi primari. Ciò nonostante, proprio gli
insediamenti “popolarissimi” raffigurano parti di città riconoscibili, in cui è afferrabile un chiaro nesso tra spazio abitato e memoria storica. Primavalle, Trullo, Val Melaina, Quarticciolo, Tufello, Donna Olimpia, San Basilio sono tutti quartieri che per la maggior parte dei romani hanno un significato preciso, che si confonde intrecciandosi con la storia di Roma contemporanea nei suoi momenti cruciali: il fascismo, la guerra, la Resistenza, il lungo dopoguerra, le Olimpiadi, gli anni Sessanta e Settanta contrassegnati dalla forte conflittualità politica e sociale. Le prime borgate costruite dal fascismo, però, confortevoli non lo furono affatto, veri e propri sconci urbanistici destinati ad immigrati e sbaraccati. La paternità di questi agglomerati di baracche ufficiali, contrariamente a quanto è stato scritto, non è da attribuire all’Istituto. Essi vennero realizzati dal Governatorato di Roma, l’organo di governo della capitale eretto dal fascismo nel 1925, svuotato di ogni rappresentatività elettiva e posto al servizio dei programmi tracciati per Roma da Mussolini in persona. I vari governatori, nella maggioranza dei casi, furono meri esecutori delle volontà politiche del capo del Governo. Ma se ci fu una scelta decisa in piena autonomia, la cui importanza fu tale da condizionare i destini futuri di Roma, essa fu senz’altro quella relativa alla costruzione delle prime borgate, presa da Boncompagni Ludovisi nel 1929. Non che l’iniziativa nella sostanza non godesse del beneplacito di Mussolini, ma le forme in cui avvenne, disarcionando l’Ifacp dal suo ruolo e dai suoi terreni operativi, trasferiti parte ai privati col programma delle “case convenzionate”, parte assunti in proprio con la costruzione di borgate per ceti poveri e poverissimi, furono meditate da Boncompagni in assoluta indipendenza. Ragioni di natura economica e politica - relative alle alleanze che l’aristocratico inquilino del Campidoglio mantenne con la grande proprietà fondiaria e le imprese costruttrici – consigliarono di intraprendere quella rotta, dietro la pressione di un’industria edilizia pronta a superare la flessione del ’27 purché foraggiata dal contributo pubblico. Un peso non indifferente, tuttavia, fu esercitato dal brusco precipitare delle relazioni tra Boncompagni e i vertici dell’Ifacp, in seguito ad una serie di conflitti scaturiti da visioni diverse sulle iniziative definite all’epoca tra i due enti. Di fondo, occorreva dare una risposta immediata all’irrisoluto problema della casa, un momento di piena emergenza segnato negativamente dal convergere di molti fattori, alcuni transitori, altri di lunga durata: la cosiddetta “crisi degli alloggi”, lo sblocco dei fitti, l’aumento della disoccupazione da una parte, il costante flusso migratorio in entrata e il proliferare delle baraccopoli dall’altra. Sotto l’impulso dei grandi sventramenti e delle opere monumentali che sorgevano al posto dei vecchi rioni, Roma si stava trasformando nella città-vetrina del regime. Quello di “bonificare” le sue parti centrali dalle manifestazioni più visibili di disagio sociale, dunque, era ormai divenuto un ordine tassativo e improrogabile. Tutto ciò determinò la sciagurata svolta di porre mano, tramite intervento diretto, alle prime borgate. Prenestina, il primo nucleo di Primavalle, Teano, Gordiani, Tor Marancio, Sette Chiese, Appio, la prima Pietralata sorsero in pochi mesi di lavoro per ognuna, ad un costo ridottissimo e sulla base di vaghe indicazioni tecniche contenute in scarne relazioni. Distribuiti alle ditte che godevano della fiducia del Governatorato, questi agglomerati di casette rustiche connotarono negativamente la storia cittadina sino a tutti gli anni Settanta, quando caddero sotto i colpi delle ruspe le ultime e malandate baracche di Pietralata e Gordiani. In esse, le esistenze degli abitanti furono scandite dalla miseria e dal continuo avvilimento, aspetti condivisi dagli abitanti di tutte le borgate ma aggravati nel caso dei progetti governatoriali dalla provvisorietà delle strutture abitative, talvolta dalla mancanza
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