SARDENNIA CONTRA A S'ISTADU - Temps Noirs

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SARDENNIA CONTRA A S'ISTADU. Dall'occupazione militare alla rivolta anticoloniale. Da quando lo Stato italiano ha deciso l'invio del suo esercito nel centro ...

Publié le : mercredi 18 avril 2012
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SARDENNIA CONTRA A S’ISTADU
Dall'occupazione militare alla rivolta anticoloniale
Da quando lo Stato italiano ha deciso l'invio del suo esercito nel centro della Sardegna, sono
accaduti fatti assai gravi su cui poi hanno speculato politici, preti, giornalisti, criminologi,
sociologi, finti storici, antropologi... tutti a dire la loro, che poi risulta non essere altro che la
medesima "verità", vista e data da angolazioni diverse: la verità di Stato! Ma vediamo che
cosa è successo, per cogliere gli eventi nella loro intrinseca verità.
Prima della liberazione del piccolo Farouk Kassan - che si è dimostrata essere la vergogna
dello Stato italiano, perché malgrado un ingente spiegamento di forze ed inauditi dispendi
finanziari, i sequestratori la hanno avuta vinta - il governo stabilisce di occupare militarmente
le zone interne dell'isola, quelle costiere essendo già ampiamente occupate, con l'invio di
12.000 militari scaglionati in contingenti da sbarcare nell'arco di alcuni mesi. Inutile blaterare
sulle stupide asserzioni di ministri, generali, politici e mercanti vari, in quanto, comunque la si
giustifichi, l'operazione - spregiativamente definita "forza paris" - è semplicemente
occupazione militare di un territorio le cui popolazioni, storicamente già soggette a particolare
repressione hanno manifestato nel passato e nel presente storico, il deciso no all'esercito! E'
l'esercito, soprattutto i reparti facenti parte della NATO (due di quelli inviati in Sardegna),
non è una struttura antincendio o ospedaliera, né forza di pace, come vogliono fare intendere
ministri e generali, sindaci e politici provinciali e regionali, le cui affermazioni vengono
somministrate quotidianamente alla gente con variazioni di gargarismi, dagli addetti nostrani
e foresti alla manipolazione delle coscienze.
L'esercito è repressione, oppressione, occupazione palese di un territorio e delle sue genti; da
che mondo è mondo la forza militare è preparazione alla guerra vera, fra una guerra finta e
l'altra. L'esercito è guerra e distruzione di per se stesso, col suo consumo inaudito di finanze,
uomini e mezzi per il cui sostentamento i ministeri con e senza portafoglio trovano sempre i
finanziamenti necessari anche nell'esatto momento in cui lo Stato ed i suoi lacchè ladri e
delinquenti battono cassa sulle tasche dei lavoratori salariati, disoccupati possessori di due lire
in banca o di una catapecchia, pastori contadini emigrati, tutti costretti e mettere di tasca
propria le decine di migliaia di miliardi che i ladri al parlamento, i familiari e gli amici si sono
presi.
Quali sono dunque gli elementi oggettivi che hanno determinato la decisione del governo?
Sono diversi e di diversa natura, dettati da ragioni interne ed interstatuali.
Per prima cosa - in ordine descrittivo ma non sostanziale - chi non si ricorda delle bacchettate
degli Stati europei e non all'Italia, per il suo voler troppo interferire sulle questioni dell'ex-
Jugoslavia? Allora l'Italia iniziò a schierare contingenti delle proprie forze armate lungo i
confini, col neppur tanto nascosto motivo di estendere i propri domini su territori rivendicati
da decenni: insomma lo Stato italiano si apprestava ad una nuova impresa fiumana. Solo le
bacchettate degli altri Stati, altrettanto interessati alla tragedia delle popolazioni dell'ex-Stato
dell'Jugoslavia, fecero fare marcia indietro allo Stato italiano; che spostasse i suoi eserciti
altrove, magari in funzione di controllo di aree ben più pericolose per l'ordine mondiale di un
macello fratricida fra popoli e poteri contrastanti che li aizzano l'un contro l'altro.
Sempre sul piano interstatale, ma stavolta per interessi ancor più consistenti e su cui tutti i
potenti della terra sono d'accordo, dopo lo scongiurato pericolo del "nemico rosso dell'Est",
che si è come per incanto disciolto al sole... del capitale democratico, è sorta la necessità di
intensificare il controllo sul lato Sud, Sud-Est, per essere esatti sui paesi dell'Africa
mediterranea e del Medio Oriente, produttori di materie prime e di politiche
repressive/dittatoriali di contenimento della rabbia popolare, ma anche qualche volta
destabilizzatori dell'ordine mondiale.
Così parte dell'esercito italiano è trasferito al Sud con vari pretesti: reprimere i sequestratori in
Calabria, la mafia in Sicilia, il banditismo in Sardegna. Chiaro no!? Che poi i pretesti, gonfiati
ad arte, che siano un sequestro di persona o l'uccisione di due giudici poco importa; in assenza
di questi, i tromboni ladri della politica ed i pisciainchiostro ne avrebbero trovato altri.
Ma ai movimenti di carattere interstatuale se ne debbono aggiungere altri, non ultimo il fatto
che alle soglie del 1993 molte zone dello Stato italiano non sono ancora del tutto "pacificate",
cioè non sono sotto il completo dominio/ controllo dello Stato e del capitale. Lascio ai
compagni competenti l'analisi delle situazioni calabrese e siciliana, assai diverse fra di loro ed
entrambe diverse, da quella sarda. Su quest'ultima, invece, credo di poter dire qualcosa con
cognizione di causa e mi ci soffermo un attimino. Malgrado le ringhiose affermazioni degli
integrati nel sistema, le popolazioni sarde anche se ovviamente più acculturate rispetto al
passato, non hanno del tutto perso la loro struttura di entità culturale autoctona. Si è tolto loro
parecchio, soprattutto sul piano materiale: crisi dell'agricoltura e della pastorizia ormai in
completa balia del mercato (capitalistico); crisi del settore estrattivo ed industriale (utilizzato
per diverse speculazioni finanziarie ed acculturatrici); eccetera. Il che ha determinato anche la
perdita di alcuni valori culturali. Tuttavia la struttura mentale complessiva è ancora
irriducibile alla ragion di Stato e del suo capitale. Inoltre, malgrado tutto, le genti sarde si
riconoscono, si sentono una sola entità col proprio territorio, e ne detengono il completo
controllo. Anche in quelle zone apparentemente "pacificate", sottoposte a servitù militari, la
protesta popolare non è mai mancata e le genti sono in perenne lotta per la conquista di
sempre più ampi spazi da sottoporre al loro esclusivo controllo (vedi Teulada, paesi del Salto
di Quirra, eccetera). Per cui l'ordine che vi regna è assai precario; potrebbe bastare un
nonnulla per innescare un processo a catena sconvolgente l'intero assetto militare, politico,
economico dell'isola. Processo che si potrebbe prevenire estendendo la presenza militare -
cioè il controllo del territorio da parte dello Stato - anche a quelle zone storicamente sotto
l'egemonia delle relative popolazioni.
Un tale intervento però richiede la massima cautela. Si tratta di popolazioni in cui è ancora
vivo il ricordo del passato (sollevazione contro l'occupazione sempre tentata ma ancora non
riuscita). Per cui lo Stato ed i suoi servitori ladri, in vesti diversificate, giocano tutte le carte
contemporaneamente. Nasce così la storia del Parco del Gennargentu, presentato come
occasione di ricchezza turistica per le popolazioni espropriate delle loro terre, poi quella dei
militari turisti ed aggiustatori di strade a penetrazione agraria, oltre che esperti nella lotta agli
incendi: il tutto condito con l'illusione di posti di lavoro e di circolazione di ricchezza, di
danaro contante. Per questo motivo, anche se le popolazioni detentrici del 75% del territorio
su cui dovrebbe istituirsi il Parco hanno detto di no, governo e regione e provincia ed alcuni
amministratori comunali hanno invece firmato l'accordo in tutta fretta, strafottendosene dei
loro meccanismi democratici e della manifesta volontà contraria delle genti nostre. Il primo
passo è stato fatto.
Nello stesso momento, per lavare subito l'onta subita dallo Stato nel sequestro Kassan, poi
perché il '93 è ormai alle soglie, si è voluto fare l'altro, determinante, dell'occupazione
militare. D'altra parte la crisi dell'agropastorizia è la più sconvolgente di questo secondo dopo-
carneficina mondiale. E qui bisogna ricordarsi che circa un quarto degli occupati sardi, sono
direttamente attivi in questo settore, la cui crisi è stata determinata dalle scelte politiche, dalle
indicazioni colonialiste di Ersat, regione, CEE e Stato. I quali sono direttamente chiamati in
causa per il disastroso decremento di reddito subito da contadini ed agricoltori. Chi vantava,
anni addietro redditi intorno ai 30-40 milioni l'anno, oggi si ritrova appena 10-12 milioni; chi
poteva contare su un reddito annuo di 12-15 milioni oggi se lo vede ridotto a 5-6.
I circa 150 mila disoccupati permanenti, su una popolazione totale che sfiora appena il
milione e 600 mila anime, e su appena 750 mila unità di forze di lavoro, rappresentano infine
una gigantesca bomba che, unitamente alla crisi di tutti i settori dell'economia isolana, rischia
di esplodere da un momento all'altro. In questa situazione la calata massiccia nell'isola del
capitale europeo agroalimentare e del turismo, è una irreparabile offesa alla dignità di una
nazione che ha dato fin troppa fiducia ai tecnici ed ai politici che hanno promesso da decenni
una economia stabile e sicura; come è stato sempre assicurato con gli ormai plurimi piani di
rinascita i cui fondi si sono dispersi nelle tasche di svariati politici, petrolieri, impresari di
ogni genia e funzionari ladri. Per cui la ribellione sarà cruenta.
Ecco quindi che la presenza dei militari trova una sua più esatta collocazione e funzionalità.
Altro che risistemazione di sentieri impervi e lotta agli incendi!!!
Prevedendo la risposta delle genti sarde lo Stato tende una gigantesca trappola: spedisce
contro esse a far da scudo schiere di imberbi ragazzotti di leva. Qualunque cosa accada ne
trarrà un sicuro profitto. Se le popolazioni sarde, ricattate dal fatto che l'occupazione militare
porta danaro - ai mercanti - e trovandosi davanti i coscritti di leva non dovesse rispondere, il
gioco è fatto. Se, al contrario, la risposta da parte dei sardi vi sarà - ipotesi fin dall'inizio più
plausibile, come s'è dimostrata in pratica - si potrà comunque strumentalizzare il fatto,
adducendo che "pochi, isolati criminali" se la prendono con "dei semplici soldatini di leva, del
tutto innocui, che fanno il proprio dovere di servire la Patria e sono venuti in Sardegna solo
per solidarizzare con la gente". Che si leggano i giornali, si scoprirà ogni sorta di marciume
neppure tanto travestito. Pare vi sia in corso una sorta d'appalto fra i lanzichenecchi della
penna per chi più riesce a "convincere" i sardi, e gli stessi militari di leva, che si tratta
semplicemente di una specie di missione umanitaria.
Ma i militari rompono le palle, qui in Sardegna come in ogni sito. Al di là di chi vi sta dentro
una divisa, questo è il simbolo dello Stato non voluto, sopportato ma non accettato.
Rompono le palle perché circolano in territori sacri per le genti sarde, nei loro territori fino ad
oggi strappati all'ingordigia dello Stato del capitale.
Se i "soldatini" di leva non hanno avuto sentore quando sono stati spediti nel Golfo in
sostegno dell'imperialismo mondiale, a causa della loro incoscienza, qui in Sardegna devono
responsabilizzarsi, si devono rendere conto che sono utilizzati, strumentalizzati dallo Stato e
dai gerarchi civili e militari a fini di potere. Essi possono, devono rifiutare il ruolo loro
assegnato, di carne da macello nella guerra contro le genti sarde. I "soldatini di leva" devono
disertare se non vogliono fungere da bersaglio - non voluto - della rivolta popolare.
Ma vi è un compito preciso che anche le genti sarde devono adempiere, per sfuggire alla vile
trappola tesa dallo Stato democratico: devono comprendere e ricordarsi sempre che il vero
nemico non sono i militari di leva. Almeno fino a quando non si è fatto di tutto per far loro
capire le ragioni della nostra radicale opposizione alla presenza dell'esercito; e fino a quando
non abbiamo fatto tutto ciò che è materialmente possibile fare per rendere edotti i "soldatini"
delle vere ragioni per cui lo Stato li ha spediti nella nostra terra.
Se non si fa questo lavoro, fin da subito, lo Stato ha di già vinto una grossa battaglia, perché si
rinforzerà politicamente sul consenso e sulla manipolazione delle coscienze, indicandoci
ancora una volta come il male da sconfiggere, responsabile di ogni malanno che grava sulla
gobba delle genti proletarie. Verremmo additati come attentatori alla vita di ragazzi
incoscienti, che nella loro gran parte sono davvero convinti di essere stati spediti in Sardegna
per i motivi che sono stati loro inculcati dai professionisti ladri e dai loro colleghi
guerrafondai. Se essi sapranno la verità, potranno decidere da che parte stare e molti di loro li
avremmo al nostro fianco, disubbidiranno agli ordini impartiti, rifiuteranno ogni operazione,
diserteranno i ranghi loro assegnati.
[...]
Kontras a s’Istadu
Kontras a su kolonialismu
Kontras a s'imperialismu
Kontras a sos militares
Totus pares
[da Anarkiviu - via Melas 24 - Guasila]
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