Scritti di Giuseppe Mazzini - Politica ed economia, volume secondo
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Publié le 08 décembre 2010
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Project Gutenberg's Scritti di Giuseppe Mazzini, by Giuseppe Mazzini This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org Title: Scritti di Giuseppe Mazzini Politica ed economia, volume secondo Author: Giuseppe Mazzini Release Date: July 5, 2009 [EBook #29325] Language: Italian Character set encoding: ISO-8859-1 *** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK SCRITTI DI GIUSEPPE MAZZINI *** Produced by Claudio Paganelli, Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net SCRITTI DI GIUSEPPE MAZZINI POLITICA ED ECONOMIA VOLUME SECONDO PENSIERO ED AZIONE. CASA EDITRICE SONZOGNO—MILANO VIA PASQUIROLO, 14. PROPRIETÀ LETTERARIA Milano.—STAB. GRAFICO MATARELLI. Via Passarella, 13-15. PREFAZIONE Come abbiamo accennato nella prefazione al vol. I, riassumiamo qui la vita politica e i fatti salienti dell'apostolato di G. Mazzini dal 1853 al dì della sua morte, a complemento delle note autobiografiche nello stesso primo volume raccolte ed a commento degli scritti politici ed economici in questo contenuti. De' concetti filosofici del Mazzini, de' suoi pensamenti intorno all'arte, non che della sua vita privata, parleremo nelle prefazioni ai volumi Filosofia, Letteratura, Epistolario, man mano che verranno pubblicati. E se i brevi e rapidi cenni, che le proporzioni della presente edizione ci consentono, son troppo inferiori al soggetto e non danno che una pallida idea dell'azione indefessa, magnanima del grande Italiano, nella cui formula Dio e il Popolo è la fede dell'avvenire, nondimeno crediamo che possano bastare per mostrare ai lettori come quella fede si esplicò nel suo pensiero; come il Dio ch'egli portava in petto, talismano contro ogni debolezza, ogni vigliaccheria, nulla avesse di comune cogli Dei invocati a giustificazione d'ogni nequizia, d'ogni reazione. Come quel Dio inspirò e sollevò in alto colui che con lo sguardo fisso nel progresso dell'umanità ne interrogò la legge. Chi desidera più particolareggiate e copiose notizie su questo importante periodo dell'apostolato mazziniano, consulti i proemi premessi dal Saffi agli ultimi nove volumi delle opere complete, e gli scritti contemporanei, fra i quali citiamo a titolo d'onore quelli della signora J. W. Mario e dell'Anelli, a cui abbiamo largamente attinto. * * * Quando la Russia nel 1853 manifestò l'intenzione di risolvere la questione d'Oriente a modo suo, pigliandosi Costantinopoli, l'Inghilterra, risoluta di attraversarne i disegni, iniziò le trattative per un'alleanza con la Francia in [5] difesa dell'Impero Turco, facendo conto eziandio sul concorso dell'Austria. E il degenere nipote di Napoleone Bonaparte di buon grado accoglieva quelle proposte, nella speranza di acquistare popolarità in Francia col prestigio della gloria militare, e predominio morale in Europa. Il Mazzini vide quel disegno funesto alla causa della libertà, e specialmente all'Italia coll'accrescer potenza alla nemica Austria [1], e pubblicò varî scritti indirizzati alla nazione inglese, nei quali indicava l'onta d'un'alleanza con l'uomo del 2 dicembre, l'errore massimo di porre fede nell'Austria, e la necessità di non trasfondere sangue nuovo nelle vene di uno Stato che rappresentava il dispotismo, la ferocia, l'immobilità . Affermava essere invece degno della libera Inghilterra il fare appello, in nome del santo principio della nazionalità, alla Polonia, alla Germania, all'Ungheria, all'Italia e a tutti gli elementi rumeni, serbi, bulgari, albanesi, per sottrarli all'influenza russa ed inalzare intorno all'Impero moscovita una barriera vivente di giovani nazioni associate [2]. Ma sebbene queste idee del Mazzini fossero divise dai più eminenti uomini di stato inglesi, come Gladstone, Stansfeld, Forster, Roebuck ed altri, pure quell'alleanza assolutamente torta e immorale [3] fu conchiusa in nome del sempre invocato equilibrio europeo. E di quell'alleanza, per opera del Cavour, entrava a far parte il Piemonte, che spediva in Crimea 15 000 valorosi soldati, mentre questi associati al resto dell'esercito ed a tutto il popolo [4] avrebbero potuto costringere l'Austria ad abbandonare il Po. Il risultato di quella guerra, che costò tante nobili vite, è noto; e l'Europa ne risente ancora i tristi effetti [5]. Il Piemonte ottenne la soddisfazione di presentare al Congresso di Parigi il famoso memorandum cavouriano al quale gli scrittori di parte attribuirono tanta importanza. Ma l'effetto del prendere in tal guisa un posto umile e tollerato intorno al tappeto verde della diplomazia imperante, fu di legare da quel tempo in poi il Cavour alla vacillante e personale politica di Napoleone: nulla più faceva senza il beneplacito suo, pronto a soffocare qualunque tentativo d'iniziativa nazionale [6] quando piacesse all'imperatore da cui pendevano le sorti d'Italia [7]. E per il Cavour quelle sorti—è bene notarlo subito—si confinavano in un'ingrandimento dello Stato piemontese; chè all'Unità d'Italia egli non credette fino a quando gli eventi, da lui non preveduti, lo costrinsero a riconoscerla inevitabile [8]. E mentre il primo ministro piemontese limitava il suo lavoro a preparare con ajuti stranieri l'annessione della Lombardia e, tutt'al più, del Veneto, Mazzini invece trattava in Lugano col Garibaldi intorno ad una spedizione in Sicilia, dov'era già fondato, fino dal 1850, un Comitato nazionale col duplice intento di sradicare dall'Isola ogni idea d'autonomia e di costringere i governanti o ad abbandonare il meschino concetto cavouriano d'un Piemonte ingrandito, o a rovinare con esso. Quella spedizione non ebbe luogo allora, bensì sei anni dopo, e gloriosamente, mercè appunto la lunga, costante, efficace preparazione degli animi alla santa causa dell'unità e indipendenza nazionale. Intanto per le brighe di Napoleone e de' suoi devoti si divulgava nella penisola l'idea di dare a Luciano Murat il regno di Napoli; idea non favoreggiata [6] solamente dal governo piemontese [9], ma per un momento anche da uomini come Saliceti, Lizabe Ruffoni, Montanelli, i quali, dopo la caduta della Repubblica romana esuli in Francia, troppo presto disperavano della causa dell'unità. Contro quell'intendimento antiunitario ed antinazionale protestavano bensì i più insigni patrioti d'Italia; e Poerio, Spaventa, Mauro, Bianchi e Settembrini rispondevano dalle prigioni «preferir di morire in carcere piuttosto che stender le loro mani a quell'avventuriere straniero» [10]. Il Mazzini, appena ne ebbe sentore, scriveva fiere parole dirette specialmente all'esercito, e opportunamente ricordava il voto dato da Murat a favore della spedizione francese del 1849. Di quel vano tentativo del Bonaparte, per spegnere ogni speranza di unità, non si parlò più: sparve come tanti altri disegni architettati dal nipote nella solitudine per emulare le gesta dello zio. E sebbene in quel tempo—per opera specialmente di Giorgio Pallavicino, monarchico unitario, cittadino integro e forte, che per la dura scuola dell'esperienza dovette ricredersi e morire convertito al culto della fede repubblicana [11]—molti si fossero distaccati dal Mazzini per avvicinarsi al governo costituito, quegli si dette con tutta l'anima a tenere alta la bandiera dell'unità nazionale, osteggiata allora, come sempre, dalla monarchia che sognava in accordi federativi fra principi regnanti quattro o cinque Italie, come egli dice nelle stupende lettere a Daniele Manin e a Giorgio Pallavicino [12]. Nè contento di sole esortazioni, preparava, organizzava moti, fra i quali, degni di glorioso ricordo, la spedizione di Sapri e la sollevazione di Genova. Come tutti i tentativi generosi, per l'una o l'altra circostanza non riusciti, sollevarono contro gl'iniziatori ed in ispecie contro l'anima dirigente, il Mazzini, un'ondata di recriminazioni, accuse e calunnie; ma non valsero a scuotere chi ben sapeva essere il bene premio di sacrificio e l'audace iniziativa indispensabile per scuotere e mantenere vive le inerti aspirazioni [13]. Fallita la sollevazione di Genova, non per colpa del popolo, che si mostrò, come sempre, pronto ed animoso, ma per colpa dei capi che dovevano dirigerla, il gran Proscritto cercato ovunque a morte dalla polizia sarda, ajutata da cagnotti còrsi e francesi [14], potè a stento mettersi in salvo. Fu bensì con altri patrioti condannato in contumacia alla pena di morte; ricompensa decretata dai giudici della monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele, non diversa da quella venti anni prima assegnatagli dai giudici del padre Carlo Alberto. Tornò a Londra e riprese con lo stesso ardore il suo lavoro di cospirazione ed organizzazione per muovere le popolazioni centrali e meridionali all'azione unitaria, protestando in pari tempo, in nome della dignità nazionale, contro la politica governativa che spingeva il Piemonte ad allearsi con Napoleone III, fra tutti i regnanti il più pericoloso ed abjetto. E l'uomo del 2 dicembre, spinto agli estremi, impose al ministero di chiedere al governo inglese l'estradizione del Mazzini, del Ledru Rollin, del Kossuth e di Simon Bernard, sotto lo specioso pretesto che fossero complici nell'attentato di Felice Orsini. [7] L'Inghilterra, gelosa delle sue tradizioni di libertà, protestò sdegnosa, e lord Palmerston, che aveva presentato un progetto di legge per ottenere la facoltà di limitare quelle libertà ed applicare lo sfratto quando si trattava di sudditi esteri, dovette lasciare il potere. Anche il Belgio e la Svizzera resistettero alle pretese imperiali: soltanto il conte di Cavour si piegò, per compiacere il futuro alleato, a proporre e a fare approvare alcune disposizioni limitanti la libertà della stampa e ad imaginare, coll'ajuto delle compiacenti autorità di pubblica sicurezza, un complotto contro la vita sua e quella di Vittorio Emanuele [15]. All'ingiustissima accusa il Mazzini rispose da par suo con la lettera al Cavour, riportata in questo volume, nella quale rampogna altresì i meschini concetti, le arti subdole di un governo, che non aveva fiducia nel popolo, e tutto aspettava dall'ajuto straniero. Premio a tanta condiscendenza fu il triste patto di Plombières. Appena il Mazzini ne ebbe notizia, fieramente e italianamente scrisse contro; perchè mentre confidava, e non a torto, che l'Italia avrebbe potuto far da sè, temeva le mire interessate dell'infido alleato; e il 15 novembre 1858, quasi vaticinando Villafranca, scriveva: «Il re, circondato, assediato, tormentato dalle mille influenze, che le tradizioni monarchiche, la diplomazia, la paura d'inimicarsi altri governi, gli stenderanno intorno, porgerà orecchio alle prime proposte di pace—pace all'Adige o a Campoformio non monta—che gli assicurino un ingrandimento territoriale e un addentellato a più larga conquista nell'avvenire» [16]. Molti esuli del partito d'azione avevano pubblicamente dichiarato che se la guerra fosse stata iniziata e condotta da Napoleone, non vi avrebbero preso parte; ma quando videro muover prima l'Austria e gli Stati d'Italia insorgere in nome della libertà, abbandonarono tosto il primo proposito, chè in cima ai loro pensieri tenevano quello dell'unità della patria. «E Giuseppe Mazzini diè mano —come uomo di stato nel più alto senso della parola, ed esperto misuratore dei rapporti possibili fra il suo Ideale e la realtà—a promuovere, con ogni poter suo, nell'elemento italiano del moto, caratteri recisamente nazionali ed unitarî» [17]. Giunto in Toscana, rincorò i patrioti, che erano indignati e stupiti per l'inattesa tregua di Villafranca, con la singolare efficacia della sua parola, e formulò un nuovo piano d'insurrezione in questo semplice motto: al centro mirando al sud ; invasione cioè dell'Umbria e dello Stato Romano per muovere quindi verso il regno delle Due Sicilie. E sebbene egli e gli altri suoi compagni d'azione avessero lealmente dichiarato di tacer di repubblica se la monarchia piemontese si fosse dichiarata alla sua volta unitaria e si fosse attivamente accinta all'opera, furono, ciò non ostante, cercati, perseguitati dalla polizia come traditori e peggio. Al Saffi, giunto a Torino, fu intimato di ripassare entro ventiquattr'ore la frontiera. Sicchè alcuni si affrettarono a riprendere la via dell'esilio, altri si nascosero, mentre altri ancora, o meno cauti o più fidenti, venivano chiusi in carcere [18]. Indignato il Mazzini dello sleale ed iniquo trattamento, da Firenze, ove rimase nascosto per circa tre mesi, in casa Dolfi, scrisse al re, cui egli giudicava migliore de' suoi ministri, la nota lettera qui riportata. [8] [9] Al pari di quella indirizzata a Pio IX, lo scritto produsse una profonda impressione e fu argomento di chiose ed interpretazioni le più erronee. Come il Mazzini si rivolse al papa, quando questi aveva in mano l'iniziativa, per mostrare al popolo come dal successor di san Pietro non v'era da aspettarsi opera di vera libertà e rigenerazione, così, a sua volta, quando la sorte si volse propizia al re, volle che la lezione si ripetesse, sapendo quanto eran discosti gl'interessi dinastici da quelli del popolo. Trattò con Vittorio Emanuele per mostrare, colla evidenza del fatto, che ogni speranza di generosa ardita iniziativa si infrangeva dinanzi alle preoccupazioni, ai timori, alle tradizioni della politica dinastica. Qui giova riprodurre, dalla lettera accennata, il brano seguente: «L'unità è voto e palpito di tutta Italia. Una patria, una bandiera nazionale, un solo patto, un seggio fra le Nazioni d'Europa, Roma a metropoli: è questo il simbolo d'ogni italiano. Voi parlaste d'indipendenza. L'Italia si scosse e vi diede 50.000 volontarî... Ma era la metà del problema. Parlatele di libertà e d'unità: essa ve ne darà 500.000... Ma voi non siete più vostro. Fatto, a Villafranca, vassallo della Francia imperiale, v'è forza chiedere, per le vostre risposte all'Italia, inspirazioni a Parigi. Sire! sire! in nome dell'onore, in nome dell'orgoglio italiano, rompete l'esoso patto! Non temete che la storia dica di voi: ei fece traffico del credulo entusiasmo degl'Italiani per impinguare i proprî dominî?... I padri nostri assumevano la dittatura per salvare la Patria dalla minaccia dello straniero. Abbiatela, purchè siate liberatore. Dimenticate per poco il re, per non essere che il primo cittadino, il primo apostolo armato della Nazione. Siate grande come l'intento che vi ho posto davanti, sublime come il dovere, audace come la fede. Vogliate e ditelo. Avrete tutti, e noi primi con voi. » Ma fra tutti gli scritti pubblicati dal Mazzini con l'animo amareggiato dalla triste pace di Villafranca, bellissimo per elevatezza di concetto, per nobiltà di forma, per una ineffabile malinconia che vi spira o quello Ai giovani , la cui lettura ai giovani d'Italia vivamente raccomandiamo, chè fra l'immensa congerie dei libri pubblicati in quest'ultima metà del secolo, raramente troveranno altre pagine capaci come quelle di elevar l'animo a nobili sensi. Sulla fine di quell'anno il Mazzini tornò in Inghilterra, «ma non cessò dal lavoro per le delusioni sofferte, inculcando con lettere ai patrioti dell'interno e con pubblici scritti al Paese ed al re il dovere comune, protestando contro la piega servile, che subordinava il diritto, l'indipendenza e la dignità dell'Italia alla politica del secondo Impero, e ponendo in rilievo le condizioni dell'opinione europea, favorevole ad una condotta indipendente e civile da parte degli Italiani. Voci al deserto! Pur nondimeno perseverava: e, ne' primi mesi del 1860, mentre, ripresa la pubblicazione del periodico Pensiero e Azione, insisteva, scrivendo, sul da farsi, s'adoprava nello stesso tempo ad apprestare elementi e mezzi di nuovi moti a primavera, dirigendo le sue mire alla Sicilia... Al quale intento cooperarono, arditamente attivi, Rosalino Pilo, Francesco Crispi [19], La Masa, Corao ed altri patrioti siciliani, devoti alla Patria, visitando segretamente, a rischio del capo, la serva terra nativa, ordinandovi le prime bande, e dirigendo il moto che determinò la spedizione di Marsala» [20]. Il 5 maggio il Garibaldi, fin allora raggirato dalle arti della diplomazia sarda [21], [10] ruppe gl'indugî, salpando da Quarto con la prode schiera dei Mille, e il 27 entrava trionfante in Palermo, nella nativa città di Rosalino Pilo, sei giorni dopo che quell'eroe era caduto, colpito in fronte da una palla borbonica. Appena fu liberata la Sicilia, il Mazzini, insieme col Bertani ed altri, diè mano a preparare, secondo il suo antico concetto, mezzi e uomini per una spedizione che, attraverso l'Umbria e lo Stato Romano, si ricongiungesse al Garibaldi in Napoli; e fu tosto messa insieme una brigata di duemila volontarî della quale ebbe il comando G. Nicotera. Ma inaspettatamente dal Governo di Piemonte —che temeva dei volontarî e che era geloso e sospettoso del prestigio acquistato dal Garibaldi [22] —venne ordine d'impedire alla brigata di Castelpucci l'invasione dell'Umbria e dello Stato Pontificio. Il Nicotera, ad evitare una guerra civile, ubbidì, pur fieramente protestando contro lo sleale ed inatteso divieto e dichiarando—gli eventi non giustificarono la promessa—che non avrebbe più combattuto sott'altra bandiera, all'infuori di quella repubblicana. L'ingresso dell'eroico duce in Napoli persuadeva finalmente il Cavour che l'unità d'Italia era ormai inevitabile, e che perciò la Monarchia doveva fare qualche cosa per controbilanciare l'influenza di Garibaldi, e per riacquistare la forza morale necessaria a signoreggiare la rivoluzione [23]. Ed allora fu deliberata l'occupazione delle Marche e dell'Umbria con l'esercito regio guidato dal Cialdini, e nello stesso tempo vennero mandati a Napoli abili faccendieri i quali, impazienti di ottenere la dedizione immediata di Napoli e temendo che ad ottenere ciò fosse d'ostacolo la presenza del Mazzini, non rifuggirono dall'eccitare contro di lui i bassi fondi della città, che gli gridarono morte sotto le finestre del suo alloggio. Alla lettera del prodittatore Pallavicino —cuore generoso raggirato nel comune inganno—che lo esortava a partire da Napoli, facendo appello al suo patriotismo, egli, rifiutando, rispose con l'anima piena d'amarezza: «Il più grande dei sacrificî ch'io potessi mai compiere, l'ho compiuto quando, interrompendo per amore all'unità ed alla concordia civile l'apostolato della mia fede, dichiarai ch'io accettava, non per riverenza a ministri o monarchici, ma alla maggioranza—illusa o no poco monta—del popolo italiano, la monarchia, presto a cooperare con essa, purchè fosse fondatrice dell'unità.» E nello scritto intitolato Nè apostati nè ribelli , non solo ribatte la calunnia che i repubblicani abbiano cercato di attraversare i disegni del Garibaldi, ma rivendica al partito d'insurrezione tutte le iniziative d'unità nazionale. Consegnato a Vittorio Emanuele il regno delle Due Sicilie e ottenutone in compenso la più nera ingratitudine [24], il Garibaldi salpò povero e solo da Napoli per Caprera, dopo aver fissato col Mazzini di fondare il giornale quotidiano l'Italia del Popolo e di promuovere una sottoscrizione a favore di Venezia e di Roma. Ed anche il gran Genovese partì da Napoli con l'anima in pianto, e riprese la via dell'esilio; ma, sempre tenace ne' suoi generosi propositi, tutto si dette a ordinare il lavoro che doveva redimer Roma e Venezia; ed a vantaggio delle due oppresse provincie usò d'ogni onesto accorgimento, non escluso quello dell'azione parlamentare; tanto che il Saffi ed altri di parte repubblicana, da lui [11] non dissuasi, si risolsero d'accettare il mandato di rappresentanti della Nazione in Parlamento Egli però non ci volle entrare mai, sebbene per tre volte consecutive eletto, sui primi del '66, dai cittadini di Messina con plauso e commozione del non immemore popolo d'Italia. Il quale avvenimento giova ricordare ad onore dell'eroica città, che protestava con quel nome contro la subdola e servile politica d'allora, ed a severa rampogna verso la maggioranza parlamentare, che per ben due volte annullò quella elezione, invocando, senza rossore, la sentenza della Corte d'appello di Genova del 20 ottobre 1858. Il programma del Mazzini per la redenzione del Veneto e dello Stato Romano era riassunto in queste parole: A Roma per la via di Venezia ; chè egli per l'azione nelle provincie venete contro l'Austria faceva molto assegnamento sull'Ungheria, sulla Polonia e sulle altre popolazioni slave gementi tutte e frementi sotto il bastone austriaco [25]. E mentre con siffatto intendimento attendeva a preparare armi e danaro, cercava anche di mantener viva la protesta morale contro la occupazione francese in Roma; nè solo in Italia, ma in Inghilterra e nella Francia stessa. D'onde le Petizioni—proposte e scritte da lui medesimo—al Parlamento Italiano, alla Camera dei Comuni inglesi, e la Rimostranza a Luigi Napoleone [26]. Il 28 giugno dell'anno 1862 giunse improvvisa la notizia da Palermo che il Garibaldi, accompagnato dal figlio Menotti, dal Guastalla, Missori ed altri, era colà sbarcato, accolto con grande onore e con grande esultanza del popolo e che, avendo fatto suo il grido uscito dalla folla plaudente «O Roma o morte» preparava una spedizione contro lo Stato Pontificio, fidando ancora nel tacito assenso del governo del re non ostante il recentissimo tradimento di Sarnico [27]. Appena ebbe di ciò avviso il Mazzini, benchè dissentisse dal Garibaldi circa il programma militare, dichiarò che non era più tempo di discussioni, ma d'ajutare quel moto con tutte le forze! E lasciata Londra, s'avviò in Italia. Ma era appena giunto a Lugano, che ebbe notizia del luttuoso e codardo fratricidio d'Aspromonte, e, pochi giorni dopo, dell'efferato assassinio di Fantina [28]. Era colmo e traboccava il vaso delle nequizie governative: con gente capace di simili azioni nè accordo nè tolleranza potevano più a lungo perdurare, e G. Mazzini nella sua lealtà denunciò a' governanti ed al popolo la tregua fin allora subita con la seguente dichiarazione: «La palla di moschetto regio che feriva Garibaldi ha lacerato l'ultima linea del patto che s'era stretto, or sono due anni, tra i repubblicani e la monarchia... Noi ci separiamo oggi per sempre da una monarchia che combatte in Sarnico per l'Austria, in Aspromonte pel papa». A questo breve ma triste periodo della nostra storia, pieno di forti propositi, di generosi ardimenti da parte del popolo; di titubanze, di raggiri, di colpe da parte del Governo, si riferiscono gli scritti compresi nel presente volume: Una dichiarazione, I Monarchici e noi , la Lettera a Campanella e l'altra agli Editori del Dovere. Quando poi il Governo firmò la indegna Convenzione di settembre, con la quale rinunziava a Roma, il Mazzini protestò contro quell'atto con diversi scritti: [12] La Convenzione, La Convenzione e Torino, Ai giovani delle Romagne e delle Marche, Roma è dell'Italia, Ai miei fratelli delle Romagne , dal primo dei quali togliamo il brano seguente, profezia di ciò che avvenne tre anni dopo alla gloriosa e sventurata spedizione nell'Agro Romano: «La Convenzione, se il Governo mantiene i patti, decreta Roma abbandonata fra due anni a una lotta feroce senza pro: l'Italia legata ad assistervi immobile: Aspromonte in permanenza: decreta—se il Governo non li mantiene—il disonore della Nazione; la guerra della Francia per violazioni di trattati liberamente sanciti; l'incredulità dell'Europa in ogni promessa dell'Italia.» Il Mazzini aveva sperato che i deputati dell'estrema sinistra, indignati d'un atto che era violazione della legge fondamentale e dell'onore della Nazione, si sarebbero ritirati come Trasea da un Senato irreparabilmente servile e corrotto; ma fu disingannato; chè anzi il loro capo, Francesco Crispi, improvvisamente convertito, inalberava, in una lettera al Mazzini, una nuova bandiera col motto: la monarchia ci unisce, la repubblica ci divide . Il Mazzini a sua volta rispose con la stupenda lettera, inserita anche in questo volume, la quale segna la completa rottura fra il partito mazziniano e la maggior parte della sinistra parlamentare. «Nel 1866 la rottura dell'alleanza austro-prussiana e la guerra germanica offersero alla nazione ed alla monarchia la grande, l'invocata opportunità per l'acquisto del Veneto.» Sotto diverso reggimento, fidandosi nella iniziativa e nelle forze popolari, non trattenuta da tutela imperiale, «l'Italia avrebbe potuto coronarsi di gloria, vincendo, con armi sue, per terra e per mare, e integrando i suoi nazionali confini» [29]. Pur troppo così non fu. L'esito di quella guerra, che ci diede per le mani di Napoleone il Veneto, s'associa ai ricordi più tristi ed umilianti per il paese: Lissa e Custoza segnano la condanna inesorabile di chi non seppe meglio usare dell'italica forza e valore. La storia dovrà ripetere la desolante esclamazione di Nino Bixio: Quello che io so è che noi siamo disonorati! Il Mazzini, che era venuto in Italia a spingere i suoi fra i volontarî di Garibaldi e a prestare tutta l'opera sua per rinfocolare i santi entusiasmi; dopo gli inesplicabili disastri, l'armistizio, l'ordine al Garibaldi di ritirarsi dalle forti posizioni conquistate nel Trentino, nulla più potendo, ritornava in Lugano. E quando ebbe notizia d'un'amnistia a lui accordata, la rifiutò sdegnosamente dicendo che non gli dava il core di rivedere l'Italia il giorno stesso in cui essa accettava tranquilla il disonore e la colpa. Ottenuto il Veneto nel modo inglorioso dianzi accennato, l'objetto del pensiero nazionale si fissava nella liberazione di Roma; ma mentre da un lato il partito d'azione, capitanato dal Mazzini e dal Garibaldi, si rivolgeva al patriotismo delle popolazioni tuttora soggette al dominio teocratico, dall'altro lato il partito del Governo, sempre soggetto alle istruzioni dell'Eliseo, inculcava doversi rinunziare ad ogni tentativo armato ed aspettare Roma dalla maturità dei tempi e dalla benevolenza del Bonaparte [30]. Non a questo fatalismo inerte si rassegnavano i conscienti palpiti popolari, ed appena il Garibaldi ebbe pronunziato di nuovo il grido: Andiamo a Roma! la [13] gioventù italiana rispose balda e fidente: Siamo con voi! E il Governo, coerente alla propria politica, ai patti che aveva escogitato nella sua alta sapienza diplomatica, volontariamente si accinse ad inseguire ed arrestare i giovani generosi, che accorrevano a far sacrifizio della propria vita per la redenzione di Roma e ad assistere coll'arme al piede, fida sentinella del Bonaparte, all'ecatombe di Mentana. Come risulta limpidamente dal proemio del Saffi [31], in quella sventurata campagna del '67, i seguaci del Mazzini furono, per suo consiglio, fra i primi a seguire il Garibaldi; e questo giova notarlo, perchè lo stesso Garibaldi, ingannato da maligni insinuatori, credette allora e per molto tempo appresso che dell'infelice esito di quella spedizione fossero responsabili i mazziniani. Vero è che il Mazzini avrebbe voluto vedere il popolo d'Italia entrare in Roma a riprendere e continuare le gloriose tradizioni del '49, come dice anche in un suo scritto Ai Romani [32], pubblicato fino dal 1866; ma appunto per questo egli aveva bisogno di spingere ad arrolarsi nell'esercito garibaldino gli uomini del suo partito, i quali, dopo la vittoria, avrebbero potuto risollevare l'antica bandiera repubblicana [33]. E a buona ragione premeva sventolare quella bandiera gloriosa, perchè la monarchia s'era macchiata della maggior colpa, rinunziando a Roma; ond'egli scriveva: «Ho esaurito con la monarchia tutte le prove, tutte le concessioni, tutta l'obbedienza possibile. Dispero d'essa, non dispero dell'Italia.» Pur ritenendo il momento non propizio, la bandiera errata, secondò nondimeno con ogni forza a sua disposizione la iniziativa del Garibaldi; la secondò pur prevedendone l'esito, perchè in quella occasione, come in ogni altra, tutto subordinò e sacrificò alla costituzione della patria unità. Ben pochi sono i nomi dei grandi pensatori ed apostoli la cui fede seppe trionfare di una lunga vita nella quale costanti delusioni, persecuzioni e calunnie non vennero temperate da periodi di soddisfazioni e di successo. Fra quei pochissimi si scriverà il nome di G. Mazzini; di lui che ebbe sempre la terra promessa, a cui avea condotto il popolo italiano, dinanzi agli occhi, ed esule e ramingo ne fu sempre proscritto. Irradiato da presciente fede, tetragono al dolore, il forte animo non vacillò, nè per un istante cedette alle patrie vergogne o alla ingratitudine ed alle false accuse che ebbe sempre in compenso della magnanima sua opera; non vacillò nemmeno quando ai dolori morali, per la fiacchezza del corpo logoro da tanti patimenti, s'aggiunsero quelli fisici, che lo trassero dopo lunghe sofferenze, stoicamente sopportate, al sepolcro. D'ogni breve periodo di sollievo profittava per continuare il suo già quarantenne apostolato, e così, per esempio, scriveva agli amici di Bologna: «Miglioro. E in verità il nuovo guanto di sfida che il papato e lo straniero, protettore del papato, ci mandano coi cadaveri di Monti e Tognetti, l'ira italiana ed il terrore di scendere nel sepolcro coll'imagine della mia patria disonorata, inchiodata nell'anima, operano, credo, a guisa di tonici sul corpo infiacchito.» «Ma in quel tempo, narra il Saffi [34], i nuclei dell'alleanza repubblicana stendevano, intrecciavano le loro fila di regione in regione, avevano aderenti nella bassa ufficialità dell'esercito, patrocinatori segreti nell'opposizione [14]
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