L’idea di Europa nelle ‘Vite’ di Richelieu : biografia e Storia nel Seicento
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Description

Rivolto a un genere di scrittura assai duttile per varietà di forme, modelli e ambiti nei quali può estrinsecarsi, questo studio va a sondare le biografie ‘ufficiali’ di Richelieu pubblicate nell’arco del suo secolo. Aldilà delle vistose differenze sia formali che sostanziali, le accomuna la valenza storica attinente al contesto francese ed europeo, variamente modulata in rapporto al luogo e al tempo della composizione. I testi presi in esame, provenienti da Inghilterra, Francia, Italia e Olanda, tracciano un itinerario composito che, nel visitare contenuti di natura istituzionale, politica, ideologica e propagandistica, rileva altresì, contestualmente, alcuni presupposti e variazioni dell’idea di Europa nel Seicento. Quanto alle questioni dibattute allora sul conto di Richelieu, si notano molte affinità con gli argomenti di studio e di ricerca su cui insiste gran parte della moderna storiografia.

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Date de parution 11 mars 2019
Nombre de lectures 0
EAN13 9788866559832
Langue Italiano
Poids de l'ouvrage 2 Mo

Informations légales : prix de location à la page 0,0032€. Cette information est donnée uniquement à titre indicatif conformément à la législation en vigueur.

Exrait

Biblioteca di Storia
– 27 –


Manuela Doni Garfagnini
L’idea di Europa nelle ‘Vite’ di Richelieu
Biografia e Storia nel Seicento
Firenze University Press
2016



L’idea di Europa nelle ‘Vite’ di Richelieu : biografia e Storia nel Seicento / Manuela Doni Garfagnini. – Firenze : Firenze University Press, 2016.
(Biblioteca di Storia ; 27)
http://digital.casalini.it/9788866559825
ISBN 978-88-6655-981-8 (print)
ISBN 978-88-6655-982-5 (online PDF)
ISBN 978-88-6655-983-2 (online EPUB)
Progetto grafico di Alberto Pizarro Fernández, Pagina Maestra snc
Immagine di copertina: Stati Generali del 1614 © Marzolino|Shutterstock
***
Il volume è frutto della ricerca finanziata con fondi di Ateneo dell’autore (attribuiti negli anni 2007-2011), dal titolo: Biografia e storia nell’Europa del Seicento (‘Vite’ di Richelieu scritte e pubblicate nel secolo XVII in Francia ed in altri Paesi europei) svolta presso il Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo dell’Università degli Studi di Firenze.
***
Certificazione scientifica delle Opere
Tutti i volumi pubblicati sono soggetti ad un processo di referaggio esterno di cui sono responsabili il Consiglio editoriale della FUP e i Consigli scientifici delle singole collane. Le opere pubblicate nel catalogo della FUP sono valutate e approvate dal Consiglio editoriale della casa editrice. Per una descrizione più analitica del processo di referaggio si rimanda ai documenti ufficiali pubblicati sul catalogo on-line della casa editrice (www.fupress.com).
Consiglio editoriale Firenze University Press
G. Nigro (Coordinatore), M.T. Bartoli, M. Boddi, R. Casalbuoni, C. Ciappei, R. Del Punta, A. Dolfi, V. Fargion, S. Ferrone, M. Garzaniti, P. Guarnieri, A. Mariani, M. Marini, A. Novelli, M.C. Torricelli, M. Verga, A. Zorzi.
© 2016 Firenze University Press
Università degli Studi di Firenze
Firenze University Press
via Cittadella, 7, 50144 Firenze, Italy
www.fupress.com
Printed in Italy


Sommario
Prefazione
Capitolo I
Richelieu raccontato da uno scrittore inglese al tempo di Carlo I
Capitolo II
Biografie di Richelieu in area francese al tempo di Mazarino
Capitolo III
Il teologo arminiano Jean Le Clerc biografo di Richelieu
Bibliografia


Prefazione
Questo lavoro sviluppa uno spunto di ricerca emerso da alcuni studi intorno al teologo protestante Jean Le Clerc, compiuti anni fa da chi scrive, con particolare riferimento alle opere di carattere storiografico, la cui presenza nella sua produzione, prevalentemente dedicata all’esegesi critica delle Scritture, riveste un significato degno di nota. Fra queste opere si distingue per l’ampiezza della materia trattata nonché per rigore di metodo, l’ Histoire des Provinces Unies des Pays Bas (prima edizione, Amsterdam 1723-1728) la cui impostazione riflette una concezione della scrittura storiografica sostenuta da motivazioni di natura confessionale. Se la limpidezza degli argomenti con i quali Le Clerc manifesta i propri intendimenti nel farsi storico dell’Olanda (suo paese d’adozione) non fa di questa corposa opera un capolavoro, la concezione della politica che egli riversa in quelle pagine è di grande interesse in quanto ne scaturisce un’idea di Europa particolarmente stimolante, anche per la chiarezza con cui dall’esposizione dei fatti storici l’autore, commentandoli, lascia filtrare opinioni molto ardite per la coscienza diffusa dell’epoca.
Precedentemente Le Clerc aveva illustrato in un’ampia dissertazione in due volumi, pubblicata per la prima volta ad Amsterdam nel 1699 (col titolo Parrhasiana ou Pensées diverses sur des mati ères de critique, d’histoire, de morale et de politique , dallo pseudonimo Theodore Parrhase, che aveva assunto per celarne la sua paternità), le linee teoriche e i presupposti di rigore morale che dovrebbero essere alla base del lavoro dello storico. Quanto alla ‘Vita’ del Cardinale di Richelieu, la cui prima edizione era uscita nel 1694, egli la considerava come il prototipo di quel modello di narrazione storica che solo successivamente avrebbe messo a punto scrivendo il suddetto trattato. Pubblicata sullo scorcio del Seicento in Olanda, anonima e con indicazioni editoriali fittizie, questa ampia biografia merita di essere descritta con cura, per vari motivi, non ultime le considerazioni esternate a distanza di oltre un decennio dall’autore stesso, nelle lettere scritte ad alcuni dei suoi numerosi corrispondenti. Al fine di accreditarsi come storiografo, nel periodo in cui attendeva alla stesura dell’ Histoire des Pays Bas , Le Clerc non perdeva infatti occasione per sottolineare come proprio questa biografia rappresentasse un saggio nel quale aveva esplicato compiutamente il suo modo di ‘fare la storia’. La particolarità che, leggendola, si percepisce immediatamente è la frequenza dei giudizi critici espressi con singolare incisività in merito agli indirizzi della politica dei regnanti, e in particolare, per quanto riguardava la Francia, all’influenza esercitata da Richelieu sulla personalità e sulle decisioni di Luigi XIII. Per come sono formulati, quei giudizi lasciano trasparire con chiarezza i fondamenti da cui discende l’applicazione di solidi principi etici alla materia giuridica e alla politica. La visione che il teologo ginevrino aveva dell’Europa sul piano delle relazioni fra gli Stati risulta strettamente connessa al suo orientamento religioso, ma anche e alla forte impronta critica del metodo che egli stesso aveva elaborato per lo studio della trasmissione del testo.
Tali riscontri, nel confermare l’importanza attribuita da Le Clerc a quel suo lavoro biografico, che egli considerava una ‘prova’ attestante la portata innovativa dei propri orientamenti in tema di storiografia, hanno contribuito a formare il progetto che ha preso corpo in questo studio: una ricerca dedicata al filone delle biografie di Richelieu, pubblicate in forma ufficiale sia in Francia che in altri paesi europei, nell’arco del suo secolo. Il punto cruciale che è venuto a configurarsi lavorando in tale direzione, è consistito nel mettere a fuoco le caratteristiche più rilevanti delle biografie seicentesche di Richelieu, sì da creare una base di conoscenze utili a riconoscere le sfaccettature dell’idea di Europa quale si produsse e si manifestò nel corso del Seicento. La giustapposizione dei testi che sono oggetto dell’analisi condotta in queste pagine dovrebbe offrire, nelle intenzioni di chi scrive, alcuni punti di riferimento inerenti a tale idea, rapportandosi ai quali, la storiografia del tempo, ed anche quella successiva, possano confrontarsi con il modo in cui i primi biografi di Richelieu avevano interpretato e organizzato le fonti storiche di cui disponevano, incardinandole, ciascuno, intorno ai temi più significativi della propria riflessione politica e storica.
Questa ricerca è dunque volta a interrogare un bacino di scritti molto specifico, dal quale possa emergere la varietà delle idee sottese all’impostazione di biografie tanto diverse l’una dall’altra, nello stile come nelle rispettive, autentiche motivazioni. Si è trattato, in sostanza, di individuarne la cifra attraverso le peculiarità risultanti dal tessuto narrativo, a cominciare dal modo di inquadrare i dati storici che si intersecano con l’attività politica di Richelieu, a volte sottaciuti o, viceversa, richiamati con un’enfasi o con delle sfumature che marcano le differenze esistenti fra i vari biografi, in ragione del metodo usato per far arrivare al lettore la sostanza delle questioni di natura storica e istituzionale, nonché l’impronta ideologica insita nelle pieghe del loro racconto.
È anche opportuno ribadire il criterio con il quale si è ritenuto di delimitare il gruppo delle biografie da prendere in esame: la ricerca si è focalizzata su quelle che possono considerarsi ‘ufficiali’ e che, fatta salva la diversità del linguaggio e dello stile, rispondono ai canoni della ‘biografia storica’. La rassegna dei testi analizzati in questo studio comprende anche biografie di Richelieu che, per quanto non costituiscano una pubblicazione a sé stante, si possono ugualmente ascrivere ad un progetto concepito nel segno dell’ufficialità. Ne resta esclusa, invece, la varietà degli excursus biografici contenuti nei libri di ‘memorie storiche’ scritti da personaggi che vollero lasciare una traccia della loro conoscenza dei fatti riguardanti la politica di Richelieu, per il fatto di aver avuto essi stessi una parte nelle vicende storiche legate alla sua figura di uomo di Stato. Come pure ne restano escluse le raccolte di aneddoti sulla vita di Richelieu, e anche i numerosi scritti in cui le imprese di cui fu protagonista sono presentate nello stile pamphletaire , molti dei quali circolarono in fogli stampati al di fuori dei circuiti dell’editoria autorizzata. Allo stesso modo non rientrano nel piano di lavoro quelle che potremmo chiamare ‘biografie comparate’, in cui alcuni aspetti della vita di Richelieu vengono accostati a quelli riguardanti un altro personaggio di caratura analoga, allo scopo di sondare la natura di un fenomeno particolare quale, ad esempio, l’accezione di un concetto nuovo, il ‘ministeriato’, nella realtà politica dominata da Richelieu e Mazarino; oppure il convergere di due funzioni diverse in un’unica figura istituzionale, come nel caso dei curiosi Parallèles fra figure di cardinali-ministri che erano stati protagonisti della scena europea (nella fattispecie, quello relativo a Richelieu-Ximenes, opera di René Richard, 1654-1727, abate oratoriano, storiografo di Francia).
Lo studio dei testi biografici selezionati con i criteri suddetti è stato compiuto con il proposito di richiamare l’attenzione non tanto sulle vicende e sull’operato di Richelieu, quanto sul significato riposto in questo tipo di testimonianze, da cui affiorano visioni diverse della ‘contemporaneità’, osservata e descritta attraverso il tracciato di una vita dalle tinte forti, densa di conseguenze per la storia dell’Europa moderna. Circoscritto al secolo XVII, l’arco temporale in cui furono redatti si colloca infatti nel solco più profondo del lungo processo che avrebbe portato al un nuovo assetto degli Stati raggiunto al principio del secolo successivo.
Una ricognizione ad ampio raggio per individuare le biografie seicentesche di Richelieu, premessa necessaria per predisporne una griglia il più possibile completa, ha evidenziato una esiguità numerica di biografie ‘ufficiali’ quale non ci si sarebbe aspettata. La stessa Francia, dove sia prima che dopo la morte di Richelieu, scorsero fiumi d’inchiostro per rievocarne le vicende e il carattere, non fa eccezione; al tempo stesso è apparsa subito interessante la ‘geografia’ degli esemplari raccolti e, contestualmente, la loro dislocazione cronologica. Le due biografie che aprono la breve serie individuata e descritta in questo studio, furono composte e pubblicate entrambe a distanza ravvicinata rispetto alla morte di Richelieu: la prima, dello scrittore londinese James Howell, fortemente motivato dalle idee politiche di un gruppo di sostenitori della ‘regalità’ al tempo di Carlo I, i quali condividevano una concezione ‘costituzionalista’– compendiata nella formula Constitutional Royalism – dell’assetto istituzionale e funzionamento degli organi di governo del Regno. Egli fu il primo a pubblicare, nel 1646, quando già si andava profilando la rivoluzione inglese del 1649, una biografia de Richelieu in un volume la cui prima e più consistente sezione è occupata dalla biografia di Luigi XIII, del quale il giovane principe Carlo Stuart, dedicatario dell’opera, era nipote per parte di madre.
Un anno dopo, nel 1647, l’abate Vittorio Siri, nominato da Mazarino storiografo del regno di Francia, pubblicava in Italia il secondo volume del suo Mercurio – un’opera storiografica in lingua italiana, di tipo seriale, che godé di straordinaria fortuna anche fuori d’Italia, nel quale troviamo il profilo biografico di Richelieu compreso in questa breve silloge. Dotati di un ampio corredo documentario, i volumi del Mercurio erano incentrati sull’attualità politica francese ed europea e contenevano il racconto articolato dei fatti di storia recente, con l’aggiunta di particolari solitamente sottaciuti intorno agli ‘arcani’ dei governi e della politica. Per quanto la breve biografia di Richelieu di cui si tratta non rappresenti che un frammento inserito all’interno di un’opera di storia generale, è stato accolto nella serie delle biografie ufficiali in considerazione del fatto che il carattere stesso del Mercurio , una pubblicazione affermatasi grazie al sostegno di Mazarino per raggiungere un vasto pubblico di lettori, segnatamente quello italiano, conferisce a questo testo biografico il carattere dell’ufficialità. Ulteriori motivi di interesse discendono dalle implicazioni relative ai modelli della comunicazione e della propaganda politica.
Bisogna attendere fino al 1660 per registrare l’unica vera biografia ufficiale di Richelieu, pubblicata in un grosso volume degnamente rilegato, che sia stata scritta in Francia nel corso del Seicento. Opera dell’avvocato parlamentare Antoine Aubery, essa è il frutto di una carriera che si qualifica più per l’attitudine storico-erudita che non per il ruolo pubblico che egli rivestiva. La produttività di questo autore raggiunse il suo massimo livello a partire dagli ultimi anni dell’età di Mazarino. Dedito agli studi storici in una veste che potremmo definire da apologista ufficiale del regno di Luigi XIV, Aubery fu uno strenuo sostenitore del diritto del re di Francia alla dignità imperiale. Fra le opere che egli consacrò alla illustrazione della politica attuata dalla monarchia francese nello scenario dell’Europa cattolica, la biografia del Cardinale, a cui l’autore dette il titolo Histoire du cardinal duc de Richelieu , è particolarmente ricca di documentazione storica, che l’autore aveva raccolto nel tempo, come attestano i due volumi di Mémoires riguardanti il ministero di Richelieu, pubblicati per la prima volta nel medesimo anno dell’ editio princeps di detta Histoire .
Oltre un trentennio più tardi, a pochi anni dalla seconda ‘rivoluzione inglese’, fu la repubblica delle Province Unite, che dalla pace di Westfalia aveva ottenuto il riconoscimento della sovranità, il luogo da cui la figura di Richelieu uscì ridisegnata nell’ultima biografia del secolo: nel 1694 Jean Le Clerc consegnò alla memoria europea la sua Vie di Richelieu, Cardinal-Ministro della Francia di Luigi XIII, rigorosa e storicamente fondata, anche grazie al ricco supporto di documenti e testimonianze, ricavate in parte dall’opera del Siri. La lente critica con cui Le Clerc guardava alla contemporaneità e all’operato di coloro che erano stati i maggiori protagonisti della storia europea degli ultimi decenni, fece da filtro alla rappresentazione del sistema di relazioni internazionali che, forgiato sotto la spinta del genio politico di Richelieu, egli descrisse senza reticenze, svelando tutta la spregiudicatezza del suo divenire; contestualmente, nella veste di storico, intese farsi portatore di una prospettiva di rinnovamento, all’insegna dei princìpi etici e giuridici che avrebbero dovuto essere i fondamenti della bonne politique .
Va da sé che il criterio cronologico adottato nella rassegna delle biografie qui raccolte, colloca all’ultimo posto proprio la ‘Vita’ scritta da Jean Le Clerc, che è quella da cui tutto ha avuto inizio, e che, nella sequenza, si distingue marcatamente dalle altre in ragione del contesto politico legato al tempo della scrittura. A tale proposito vale la pena di considerare come, man mano che la lunga stagione dominata da Richelieu si allontanava nel tempo, i suoi biografi sempre di più si trovassero a dover fare i conti con l’immagine dell’Europa che egli aveva disegnato, e che essi proiettavano, ognuno secondo le proprie idee e inclinazioni politiche, nelle aspettative per il prossimo futuro.
Infine, è da sottolineare il fatto che, in linea generale, sono i testi a fornire la chiave di accesso più diretta alle grandi questioni relative ai molteplici aspetti del contesto istituzionale, sociale e culturale dal quale sono germinati. Dall’analisi di queste biografie si possono infatti ricavare elementi utili all’approfondimento di tematiche ampie e complesse su cui si concentra la ricerca storica, quali, ad esempio, l’impronta governativa sulla cultura ufficiale, i metodi della comunicazione e della propaganda, il formarsi di opinioni e mentalità collettive, e, più in particolare, la concezione dello Stato e della regalità nell’Europa dell’età moderna. Le biografie seicentesche di Richelieu, qui giustapposte nella loro sequenza temporale, disegnano un segmento del tortuoso tracciato lungo il quale si fa strada un’idea di Europa che, fondata su presupposti di natura politica, era espressione di un complesso composito di ‘sovranità’, di culture, di organismi istituzionali e sociali differenti fra loro. Ciascuno Stato, pur salvaguardando le proprie tradizioni e i propri interessi, divenne, in vario modo e misura, parte attiva del lungo processo con il quale i grandi ministri dei governi più forti tesero ricomporre lacerazioni e conflittualità che si frapponevano al raggiungimento di una possibile stabilità politica. In una stagione di grande vitalità culturale, contrassegnata dallo sviluppo del pensiero critico e dalla circolazione delle idee e dei saperi oltre ogni frontiera, religiosa o di Stato, il sistema di relazioni diplomatiche creato da Richelieu e perfezionato da Mazarino rappresentò la via per stabilire nuovi assetti politici fra gli Stati, sì da creare le condizioni che avrebbero assicurato all’Europa un lungo periodo di pace.
Ringraziamenti
Desidero concludere questa prefazione con un ringraziamento a mio marito Giancarlo Garfagnini, verso il quale sono debitrice degli incoraggiamenti a proseguire questo lavoro. Iniziato da tempo, esso ha infatti dovuto attraversare, mio malgrado, fasi alterne di interruzione e ripresa, con tutte le difficoltà conseguenti e le inevitabili lentezze che ne hanno prolungato il corso. Ora che è arrivato a compimento, sono lieta di pubblicare i risultati di una ricerca da me svolta alla fine di un lungo itinerario di studi dedicati in modo particolare alla lettura dei testi, potendo quindi avvalermi di esperienze maturate nell’arco di molti anni.


Capitolo I
Richelieu raccontato da uno scrittore inglese al tempo di Carlo I
1. Introduzione: la biografia storica
Riconoscendo la validità dell’assunto secondo il quale «nel sistema dei generi la biografia si localizza in una posizione di compromesso fra la letteratura e la storiografia» 1 , bisogna ammettere che neppure il ‘sottogenere’ della biografia storica si sottrae alla natura ambivalente che è propria del genere biografico nel suo complesso. Riferito all’ambito di pertinenza che tale formula classificatoria sottintende, il carattere dell’individualità impresso dal soggetto narrato è stato considerato addirittura una barriera insormontabile nella direzione della storiografia, a vantaggio della sfera letteraria.
Benedetto Croce, partendo dal presupposto che la biografia è sempre letteratura, definiva «oratorie» quelle che egli chiama «biografie storiografiche», le quali offrono un tipo di narrazione nella quale permane sì lo sfondo storico, ma il punto prospettico è rappresentato dalla personalità dell’individuo; pur restando invariato l’obiettivo, tutto ciò che attiene ad essa esula quindi dalla storia, in quanto «lode e condanna nel pensiero storico non hanno uso» 2 . A prescindere da tale questione, che si ripresenterà più avanti, la scelta terminologica di «biografie storiografiche» proposta da Croce risulta rispondente allo spettro di applicazione costituito da queste ‘Vite’ seicentesche di Richelieu, dall’analisi delle quali il rapporto con la storiografia, più che non con la storia, risulta essere un elemento di particolare rilevanza. Caratteri identitari specifici in tal senso ne distinguono infatti la natura e le finalità, come questa ricerca dovrebbe poter dimostrare, rispetto al «modo della biografia storica» – ma anche scientifica, artistica, letteraria –, che Daniel Madelénat correttamente identifica come spostamento di interessi dal piano «hyper-biographique», a una sfera che riguarda «i rapporti fra un attore, un creatore, e la civiltà o la cultura di cui fa parte» 3 .
Oggetto sempre attuale di riflessione e di studio, il tema della distinzione fra biografia e storia emerge in tutta la sua complessità dagli scrittori di ‘vite’ dell’antichità classica. Ne sono scaturiti percorsi di approfondimento tendenti alla concettualizzazione del metodo biografico, che passano attraverso le molteplici forme della trasmissione e della persistenza di modelli biografici antichi nella storia della cultura europea fino all’età contemporanea 4 . La nota silloge degli studi di Arnaldo Momigliano dedicati all’influenza che l’evoluzione della biografia greca, dal punto di vista del rapporto con la storia, esercitò nella cultura del mondo classico, disegna un tracciato particolarmente fecondo anche grazie a quella che, da alcune sue considerazioni preliminari, risulta essere stata la matrice originaria di tali studi 5 : la prospettiva da cui quegli studi erano mossi verteva sulle varie accezioni riservate alla biografia nell’ambito dello statuto disciplinare del metodo storiografico, a partire dai trattatisti dell’età moderna 6 che avevano raccolto l’eredità dei biografi dell’antichità greco-romana, per giungere fino alle teorie moderne sulla biografia antica e alle valutazioni controverse, nell’ambito della storiografia contemporanea, circa le sue relazioni mutevoli con la storia 7 .
Tutto questo è stato e permane ancora oggi al centro di un vivace dibattito interdisciplinare fra antichistica, letteratura, storia, sociologia, nel quale è dominante il ragionamento sulla dimensione dell’individuo (soggetto di biografie) rispetto a storia generale e storiografia da un lato, a società e storia sociale dall’altro. Le questioni sollevate dal dibattito sul ruolo attribuito alla biografia dagli storici e dai sociologi odierni, offrono spunti di riflessione utili a comprendere il senso delle ‘Vite’ seicentesche di Richelieu non solo rispetto all’epoca in cui furono prodotte, ma anche in ordine al peso che ciascuna di esse verosimilmente esercitò sulle linee interpretative della storia generale affermatesi allora, e destinate a sopravvivere in buona misura nei secoli successivi.
Nel Seicento europeo il genere biografico godé di una straordinaria fortuna. Come vi fu una evoluzione dei modelli agiografici dai leggendari medievali alle vite di santi ricostruite su basi storiche rigorose 8 , vi fu anche un cambiamento nel modo di concepire la biografia, che, liberata dal fardello dei significati simbolici attribuiti alle vite delle grandi figure del passato – gli eroi della storia antica e medievale – puntò sull’impronta lasciata nella società civile dagli uomini che in essa si erano distinti per meriti speciali, favorendone la crescita culturale in senso lato. Biografie singole o organizzate in raccolte seriali, sintetiche o estese, generalmente encomiastiche, contribuirono a celebrare l’ufficialità di istituzioni e ordini religiosi, di Accademie e Università, come pure ad esaltare dignità municipali. Significativa, e sempre più frequentata nell’arco del secolo ed in quello successivo, fu la produzione di biografie che potremmo definire ‘curriculari’, imperniate sull’attività intellettuale del soggetto, fonti utili per la storia letteraria, artistica, scientifica 9 .
A tale pluralità di funzioni corrisposero moduli compositivi differenti, in cui il valore dell’esemplarità si fuse con il carattere dignificante attribuito alle qualità degli ‘uomini illustri’ e con il riconoscimento del loro contributo al progresso della civiltà. Ciò evidenzia la natura duttile di questo genere ‘minore’, e al tempo stesso la difficoltà di raccoglierne le fila per tracciare una ‘storia della biografia’. Daniel Madelenat ha individuato, a questo fine, delle scansioni epocali attraverso la distinzione di tre ‘paradigmi stabili’ – classico, romantico, moderno – «fondés sur des systèmes de pensée et de valeurs, et sur des exemples canoniques» 10 ; quello ‘classico’ permase sostanzialmente inalterato dall’antichità fino al secolo XVIII, consolidando, attraverso il legame con i modelli greco-latini di Svetonio e Plutarco, il valore dell’individualità affermatosi a partire dall’Umanesimo italiano.
Una ‘storia della biografia’ strutturata secondo la triplice ripartizione proposta da Madelenat privilegia le categorie culturali sottese alla scrittura biografica in genere, indipendentemente – sembra – dalle varie tipologie che si possono discernere all’interno di essa, e anche dal relativo ambito di pertinenza: che tale ambito sia la storiografia o la letteratura, la scienza, l’arte, si tratterebbe di variazioni interne a sistemi complessi, ma sostanzialmente unitari 11 . Un’ottica di questo tipo configura la storia della biografia come storia di un genere letterario.
Nel ragionare in modo specifico di biografia storica, Giuseppe Giarrizzo, guardando all’Europa, scrive che «nel Seicento i migliori storici sono in misura innovatrice appassionati e interessati biografi». Ma fra gli autori secenteschi di biografie, osserva Giarrizzo, Pierre Bayle è un caso a parte: nelle ‘vite’, spesso molto brevi, che inserisce nel suo Dictionnaire , Bayle proietta l’ambiguità di un modello di biografia del tutto speciale ed unico, nel forgiare il quale aveva in mente i modi dell’agiografia cattolica e di quella protestante, oltre che del racconto autobiografico (la letteratura francese dell’epoca abbonda di Mémoires in gran parte autobiografiche 12 ). La dimensione critica di quel modello ruota intorno ad un oggetto polemico, che è «la grande storiografia cortigiana, gli scritti degli “storiografi regi”, quelli che sono stati efficacemente definiti gli artigiani della gloria […]», i quali, attraverso le biografie, esaltavano le gesta degli eroi 13 .
Queste considerazioni vanno a sondare un campo di natura più storico-filosofica che non letteraria. Con Bayle il seme della critica, dal terreno della filosofia, estende i suoi effetti in ogni direzione: le sue biografie vogliono essere lo specchio in cui si riflette il contesto storico nel quale i personaggi che ne sono l’oggetto si erano distinti. Potremmo aggiungere a questo proposito che sulla volontà di preservarne la memoria e di esaltare le opere che hanno lasciato prevale il criterio di inquadrare la prospettiva del singolo ed il suo operato in rapporto alla civiltà di cui faceva parte. In linea generale il valore dell’individualità non è percepito nel Seicento in chiave simbolica come nella cultura del Medioevo e del Rinascimento, ma risponde a criteri di natura ‘empirica’: se le biografie che fabbricano eroi erano un mezzo per sostenere la fortuna di un’idea o di un progetto politico, la biografia ‘critica’ costituisce uno strumento indubbiamente efficace per metterne in discussione le fondamenta.
Le ‘Vite’ seicentesche di Richelieu, comparativamente, offrono un esempio eloquente di tale divario: il livello e l’impostazione stessa dell’analisi storica sviluppata al loro interno, che si tratti del primo o del secondo tipo, travalica ampiamente i limiti di un’intenzione tutta rivolta a mantenere viva la memoria di un personaggio di quella grandezza. In considerazione di ciò, sembra del tutto lecito ritenere che le biografie di Richelieu scritte nel corso del suo secolo siano da ricondursi non tanto ad un genere letterario, quanto piuttosto ad una sfera attinente in modo diretto alla storia della storiografia. Del resto, trattandosi di una personalità di primo piano nella costruzione dell’Europa moderna, a tutte le biografie che ne sono state scritte nel tempo, comprese le più recenti, deve essere assegnato un posto di rilievo fra gli studi storici incentrati sulla figura di Richelieu; sotto questo profilo, la rappresentazione storica che ognuna di esse fornisce della sua epoca è da mettere in relazione con gli orientamenti interpretativi che si sono fatti strada in materia di storia generale.
2. Alle origini della storiografia su Richelieu: dalla pubblicistica francese coeva alle prime biografie ‘ufficiali’
Il fatto che Richelieu sia un soggetto centrale nella questione oggi molto dibattuta, del rapporto fra teoria e realtà dell’assolutismo, rende particolarmente interessante risalire agli albori di quella che è stata considerata come fase iniziale della nutrita storiografia, che le contraddizioni insite nella sua figura di statista e di uomo di Chiesa hanno continuato ad alimentare nei secoli successivi. La pubblicistica circolata in Francia nel corso della sua vita e ancor più negli anni immediatamente successivi alla sua morte contiene infinite rappresentazioni della sua personalità e del suo genio politico. Spesso eccentriche o caricaturali come specchi che distorcono l’immagine, quelle pagine, in molti casi fogli volanti manoscritti o stampati, dettero sfogo a contrapposte reazioni, suscitate nel contesto sociale del suo tempo dalle novità conseguenti all’azione politica che egli svolse all’interno come all’esterno del Regno.
Dobbiamo a Giuliano Ferretti la messa a punto e l’avvio di un progetto di ricognizione dei materiali che fanno parte di questa vasta produzione, nonché una serie di riflessioni preliminari di carattere metodologico intorno all’opera di recenti biografi di Richelieu, per lo più francesi 14 . Nel riprendere gli spunti offerti da Roland Mousnier nella sua Introduzione alla celebre biografia che pubblicò vent’anni or sono con il titolo suggestivo L’Homme rouge – l’immagine del Cardinale forgiata da Alexandre Dumas – 15 , Ferretti sottolinea come l’obiettivo primario dell’autore sia dichiaratamente rivolto a «dégager l’histoire du cardinal de la légende noire et de la légende dorée qui se font jour dès son vivant» 16 , le due opposte leggende che avrebbero alimentato interpretazioni storiografiche divergenti. L’una, incentrata sulla condanna delle ambizioni sfrenate di un uomo politico il cui cappello cardinalizio era rosso come il sangue che aveva fatto scorrere in abbondanza, teso com’era a perseguire i propri interessi in ambito pubblico e privato; l’altra, piena di ammirazione per l’abilità con cui aveva sollevato la reputazione della Francia in Europa e per la sua fedeltà a Luigi XIII, rafforzandone il potere regale e innalzandone la gloria attraverso audaci iniziative politiche e militari. Contestualmente, Ferretti rileva nella definizione del ruolo di Richelieu data da Mousnier il prevalere di una logica conciliativa che, con un procedimento troppo lineare rispetto alla complessità del personaggio e del suo agire, tende a creare un equilibrio fra le due leggende, proponendone una sintesi neutrale, per cui l’interazione dei caratteri dell’uomo di Chiesa, dell’uomo nobile e del suddito fedele al suo re, riuniti nella persona di Richelieu, gli avrebbe conferito la capacità di intervenire efficacemente nel processo secolare di trasformazione della politica e della società dalla Francia all’intera Europa e oltreoceano. Nota anche, opportunamente, come questo schema fosse concepito secondo parametri di interpretazione storica del tutto elusivi rispetto ai temi che erano stati oggetto di approfondimento e di ricerche specifiche, dedicate agli aspetti finanziari 17 o alle inquietudini sociali interne 18 sullo sfondo della guerra dei Trent’anni. Nell’ambito di tali studi, le indagini relative all’accumulo di ricchezze da parte di Richelieu al tempo in cui la Francia era oppressa dai costi della guerra, non meno di quelle rivolte alle spinte di ribellione contro l’autorità del re e del suo ministro, che erano maturate nel seno di un ceto nobiliare aggressivo e diviso, costituivano ormai il fondamento dal quale sarebbero scaturite nuove prospettive storiografiche, apertamente in controtendenza rispetto al mito di Richelieu e della sua idea di Stato 19 .
Se l’interesse di Ferretti è essenzialmente rivolto alla vasta gamma degli scritti che proliferarono nei diversi strati della società parigina, ed ai giudizi dei contemporanei sugli effetti della politica del Cardinale Ministro, l’ottica di questo studio, incentrato sulle biografie di Richelieu pubblicate nel corso del Seicento in Francia ed in altri Paesi europei, si dirige piuttosto verso testi che, pur in modi diversi quanto a impostazione e stile narrativo, rispondono tuttavia a un progetto del quale si percepisce distintamente la natura storiografica. A questo proposito v’è da notare come il modello della scrittura biografica risultasse generalmente funzionale all’esigenza di ritagliare spazi di valutazione storica e politica all’interno di ogni inquadratura dei fatti, sui quali le intuizioni ardite e l’indole intrepida di Richelieu avevano avuto una incidenza tale da determinare il divenire delle cose.
Vistose differenze, oltre alla dislocazione geografica, separano i testi degli autori sui quali si richiama qui l’attenzione: dalla biografia fantasiosa dell’inglese James Howell, concepita in una veste e secondo canoni espressivi di natura letteraria; alla biografia breve inserita dall’abate Vittorio Siri nel tessuto informativo che sostanzia il suo diffusissimo Mercurio ; a quella dell’avvocato del Parlamento di Parigi, Antoine Aubery, scritta al tempo di Mazarino secondo gli schemi propri della storiografia ufficiale; e, infine, all’ampia ‘Vita’ di Richelieu scritta da Jean Le Clerc in Olanda sul finire del secolo, secondo un’ottica diversa e con una concezione dell’Europa che riflette tutte le componenti della sua complessa identità intellettuale. Ognuno di questi autori manifesta il proposito di aprire un capitolo nuovo nel modo di rappresentare la vita di un personaggio la cui rilevanza imponeva di prendere le distanze da quella pubblicistica multiforme che aveva alimentato discutibili leggende celebrandone i fasti o denigrandone le gesta. In anni diversi nel corso del Seicento, coloro che si assunsero il compito di dedicargli una vera biografia, lo fecero adottando uno stile narrativo che fosse consono a una scrittura di tipo ‘ufficiale’; la figura di Richelieu doveva ricevere la collocazione che gli spettava nella storia contemporanea, in quanto gli effetti della sua politica, non esauritisi con la morte, erano in grado di incidere profondamente sullo sviluppo delle relazioni fra gli Stati e sulle grandi trasformazioni che stavano ridisegnando l’Europa. Il genere biografico soddisfaceva l’esigenza che li accomuna, di inserire nello scenario del suo tempo il ritratto veritiero sia dell’uomo che del ministro; in questo senso queste prime biografie meritano di essere considerate come l’atto di nascita della storiografia su Richelieu. Paradossalmente, qualche tratto di quelli che la pubblicistica francese sopra menzionata aveva enfatizzato, riemerge in alcune pagine dei biografi ‘seri’, e, seppure purgato di ogni eccesso, finisce tuttavia per accreditare, almeno in parte, le leggende nera e dorata che Mousnier, ancora con una biografia, avrebbe cercato di fondere l’una nell’altra. In ogni caso permane ancora oggi qualche difficoltà nell’interpretare fino in fondo le contraddizioni di una figura tanto problematica e discussa, nonostante che biografi e storici abbiano contribuito ad infrangere la persistenza del mito che la circonda da secoli.
Nel corso del Seicento, quando il mito di Richelieu aveva già cominciato a decollare, i suoi biografi, come si vedrà, si adoperarono a indebolirlo o rafforzarlo ciascuno in base alle proprie motivazioni: Howell usando l’ironia contro i deliri di potenza del ministro del re di Francia, Siri rivelando, con il ricorso ad una folta messe di documenti inediti, gli ‘arcani’ della politica interna ed esterna della Francia di quegli anni; Aubery descrivendo le strategie politiche del cardinale in funzione della solidità e grandezza del Regno, quale fu conseguita ad opera del suo successore, il cardinal Mazarino; Le Clerc, infine, facendo convergere il peso delle questioni di carattere confessionale e giuridico in una critica rivolta contro l’eccesso di potere esercitato dal monarca assoluto e dai suoi favoriti, che egli denuncia come fatto gravemente lesivo del diritto dei popoli.
Se Mousnier ha ricostruito la vita del Cardinale con l’intenzione di ridisegnarne, da storico, un profilo non contaminato dalle suggestioni ereditate dagli scrittori coevi, la presa di contatto diretta con i testi delle prime biografie di Richelieu rivela come una esigenza analoga fosse avvertita fino dal Seicento: Howell, come Aubery, Siri e, qualche decennio più tardi, Le Clerc, nel raccontare Richelieu ciascuno a suo modo e con finalità diverse, intesero approfondire questioni di natura politica e ideologica delle quali avvertivano la rilevanza sul piano storiografico. Una volta abbandonata la radicalità dei giudizi sull’uomo che, amplificati dalla pubblicistica francese, colpivano indebitamente l’immaginario, l’ordito biografico intessuto da questi autori nei decenni successivi offre infatti spunti degni di interesse non tanto sotto un profilo di storia generale o di storia della letteratura, quanto di storia della storiografia. Quella fiorita in tempi successivi intorno a Richelieu non sembra essersi mai del tutto affrancata dallo spirito con cui i biografi seicenteschi, nel descrivere i tratti enigmatici di una personalità d’eccezione, cercarono di comprendere, ciascuno alla luce delle proprie idee e della propria visione dell’attualità, gli esiti del suo operato nella storia francese ed europea dell’età moderna 20 .
Ognuna di queste biografie riflette una duplicità di intenti nel suo proporsi sia come collettore, più o meno esteso, di dati storici, sia come momento di riflessione politica, e il modo stesso con cui gli autori rappresentano la funzione di Richelieu nel governo del Regno rende manifesto il loro pensiero sulle istituzioni degli Stati. L’impianto generale, la selezione dei fatti narrati non meno che lo stile, fanno parte di uno schema di valutazione personale che, trasferendosi in una tecnica espositiva molto specifica, riconduce alle matrici ideologiche correlate al tempo e al luogo della scrittura. La presa di distanze dagli scritti apologetici o denigratori consacrati alla figura e alla personalità di Richelieu, fa di queste ‘Vite’ il luogo privilegiato in cui la trama della memoria intessuta intorno all’uomo politico, si dipana lungo le linee della riflessione storiografica propria di ognuno dei loro autori.
Il fattore della soggettività, se riferito al biografo piuttosto che al soggetto della biografia, perde quella connotazione ‘letteraria’ che, a rigore, impedisce di annoverare questo genere di scrittura fra quelli di carattere propriamente storico. L’ambito di pertinenza relativo alla prospettiva critica di questi autori secenteschi di ‘Vite’ di Richelieu, i quali si cimentarono in un lavoro che comportava la ricostruzione del contesto istituzionale, politico, sociale, si sposterà allora dalla sfera letteraria a quella dell’interpretazione storica. È d’altronde opportuno richiamare l’attenzione sul presupposto della veridicità, che la definizione stessa di biografia storica sottintende; ed è un fatto che dopo la lunga stagione della trattatistica cinquecentesca dedicata al dibattito intorno alla verità della storia, nei primi decenni del Seicento tale presupposto era ormai comunemente ritenuto indispensabile anche nel metodo della biografia; su di esso andavano a incardinarsi tutte le ‘Vite’ che, a partire da quelle dei Santi, dovevano essere depurate da ogni riferimento di natura agiografica a tradizioni leggendarie. L’impronta soggettiva dunque, se individuata nel modo in cui il vero viene presentato e interpretato da coloro che scrissero la ‘Vita’ di Richelieu durante l’arco del suo secolo, riflette motivazioni attinenti sia al metodo, sia alla dimensione critica della storiografia nel suo complesso, in ragione delle quali uno scrittore, letterato o storico o teologo che fosse, aveva deciso di farsi biografo di un tale protagonista della storia.
3. Il genere biografico nella cultura inglese del Seicento: Luigi XIII e Richelieu nelle biografie scritte da James Howell
Considerazioni degne di nota in relazione a quanto detto, sono state svolte da alcuni autori compresi nella raccolta di passi tratti da testi di letterati, storici, teologi inglesi sul tema della biografia, realizzata ormai mezzo secolo fa da James L. Clifford 21 , allo scopo di tracciare un percorso di tipo storico-letterario attraverso una selezione di scritti omogenei per area geografica e cultura di appartenenza, organicamente strutturata in senso diacronico a partire dal secolo XVII. Ci è utile qui richiamarsi ad essa non tanto in una prospettiva di storia della biografia intesa in senso generale, quanto per mettere a fuoco la specificità dei criteri di valutazione legati all’ambito culturale inglese, che è quello di cui fa parte lo scrittore James Howell, il primo nell’ordine cronologico della nostra rassegna. Originario del Galles, Howell dedicò alle ‘Vite’ di Luigi XIII di Francia (zio del principe Carlo Stuart) e del suo Principal Ministre Richelieu, un agile volume che le contiene entrambe, pubblicato a Londra nel 1646.
Fra i testi presentati da Clifford nella sua raccolta, quelli degli autori vissuti nel secolo di Howell rivelano una particolare sintonia con lo spirito e lo stile propri dell’opera biografica scritta da quest’ultimo e, pertanto, non è inutile far riferimento alle osservazioni metodologiche formulate in ciascuno di essi. Dal passo tratto dal De Augmentis scientiarum di Francis Bacon ricaviamo spunti molto significativi, soprattutto dal punto di vista della mentalità con cui nella cultura inglese del Seicento, letterati e storici si misurarono col tema del rapporto fra biografia e storia. Il passo, tanto più interessante in quanto Howell non poteva non conoscerlo, rivela una percezione molto acuta degli aspetti pratici collegati ai pensieri degli uomini, ed una tendenza a valutare in senso antropologico ogni loro abitudine o difetto, formulando giudizi netti e sintetici, non senza qualche accento sarcastico. Bacon nota infatti che le historiae mostrano la pompa degli affari piuttosto che i loro veri, intimi moventi. E sebbene esse dispensino insegnamenti che incantano per grandezza morale, proprio per questo finiscono per attribuire alle azioni umane più gravitas e prudentia di quanto realmente non abbiano. Ed aggiunge che la satira può dare una rappresentazione della natura umana più veritiera che non certe historiae ; e che le ‘Vite’, se scritte con cura e giudizio, hanno la prerogativa di rappresentare una persona in ogni aspetto, sia grande che piccolo, pubblico e privato.
Alcuni decenni più tardi una riflessione di Gilbert Burnet, teologo e storico scozzese, vescovo di Salisbury, porta elementi ulteriori alla definizione di un carattere, tipicamente inglese, che in Howell troviamo ben rappresentato. Negli anni Ottanta del secolo Burnet, autore egli stesso di biografie, non rinunciava ad una punta di ironia nel suo serio ragionare del modo in cui la scrittura biografica si pone nei confronti della storia. Nella prefazione alla sua ‘Vita’ del giurista Matthew Hale 22 (avvocato che difese svariati Royalists durante la guerra civile inglese) affermava infatti che nessuna parte della storia è più istruttiva e dilettevole delle ‘vite’ dei grandi e degni uomini; in esse, che per la loro brevità hanno il pregio di invitare alla lettura, si trovano, espressi in modo conciso, contenuti degni di nota quali non se ne possono trovare nelle opere di storia generale dedicate all’epoca in cui quei protagonisti erano vissuti. E che la gente è curiosa di tutto questo lo dimostra il successo di cui hanno goduto le ‘Vite’ di Plutarco. Quanto alle ‘vite’ di principi ed eroi, esse, in generale, sono piene dei racconti delle grandi cose fatte da loro, che a buon diritto rientrano più in una storia generale che in una storia particolare. Solitamente i lettori, molti dei quali hanno un’indole cattiva, sono più inclini a prestare fede alle biografie scritte in forma satirica che non a quelle di tipo adulatorio. Ma, aggiunge, avendo tutti quanti un punto debole, gli uomini inevitabilmente commettono errori: tralasciando alcune cose o toccando di sfuggita gli argomenti che non giovano a loro, possono corrompere la verità della storia, e presentare sotto una cattiva luce il migliore fra gli esseri umani.
Negli stessi anni il poeta, drammaturgo e traduttore inglese John Dryden (1631-1700), nell’ambito della biografia di Plutarco che antepose a una raccolta delle ‘Vite’ di Plutarco tradotte dal greco 23 , trattava dell’argomento mettendone in luce alcuni aspetti di carattere disciplinare. Nel definire la biografia come un genere di scrittura rivolto alle «vite di uomini particolari», Dryden intende in realtà riferirsi, come poi spiega, a personaggi sulla cui sorte abbiano influito le istituzioni pubbliche e gli affari «of nations», oltre che le guerre. La biografia rappresenta una delle tre specie in cui si suddivide la storia, ma poiché disegna un quadro di avvenimenti circoscritto alla sfera del singolo, ha un grado di dignità inferiore rispetto alle altre due, che sono i commentari (o annali) e la storia propriamente detta. La prospettiva individuale priva dunque inesorabilmente la biografia storica di quella compiutezza che appartiene invece alla storia, e per quanto il biografo tenda ad ampliare i propri orizzonti narrativi con degli excursus , che giudica necessari per meglio definire il contesto, quel limite resta. Anche se esaustive, neppure tali digressioni sfuggono al difetto di ruotare intorno ai casi di un unico uomo.
La penetrante lucidità con cui sono definiti i lineamenti della questione generale lascia subito il posto ad apprezzamenti più specifici: Dryden esalta infatti la piacevolezza delle ‘Vite’ e l’efficacia dell’insegnamento che promana dalle azioni dei grandi uomini degni di memoria, esempi eccellenti di virtù che giovano a chi le legge. Retaggio plutarcheo molto fecondo nella cultura dell’Occidente cristiano, il valore morale dell’esempio, che Dryden sottolinea con enfasi quale elemento costitutivo della biografia storica, potrebbe tuttavia risultare limitante sotto il profilo dei contenuti e degli spazi espressivi, se non fosse per il richiamo ad un compito che subito dopo egli le attribuisce senza riserve: scavare in profondità nel carattere degli uomini ne è infatti una fondamentale prerogativa, anche questa modellata sull’impronta delle ‘Vite’ di Plutarco. Il biografo è libero di variare lo stile narrativo durante il corso del suo racconto, derogando, quando è necessario, da quei criteri di semplicità e chiarezza di cui lo storico non può mai fare a meno. Il suo scopo è anche quello di rappresentare in tutta la sua complessità il mondo privato del personaggio, nel quale esiste sempre una sfera dominata dalle passioni e talvolta perfino dalla follia. Tenendo conto delle premesse iniziali del ragionamento svolto da Dryden, possiamo dedurre da tutto ciò che i tratti singolari della personalità di alcuni uomini quali emergono dalle descrizioni dei biografi, dal momento che produssero degli effetti nell’ambito della vita pubblica in cui si erano distinti, sono materia degna di per sé, e non in virtù della curiosità che suscita nei lettori, di ottenere un qualche grado di cittadinanza nel grande edificio della storia.
Nelle ‘Vite’ di Luigi XIII e Richelieu, scritte a distanza di pochi anni dalla morte, quasi simultanea, dell’uno e dell’altro, Howell mise in atto questo principio, adottando uno stile mutevole, costellato di suggestioni letterarie e non privo di una vena ironica piacevole, spesso bizzarra, canale espressivo di una concezione della politica e della regalità che si riflette sugli aspetti storiografici del suo lavoro di biografo. Tutto ciò concorre a marcare il divario che separa queste due biografie da quelle ‘continentali’. In particolare la ‘Vita’ di Richelieu se ne differenzia radicalmente, anche per il tenore degli argomenti, come dimostra il confronto con la biografia tracciata nello stesso periodo, con analoga brevità, da Vittorio Siri, della quale ci occuperemo nel capitolo successivo. Ma anche paragonata alle altre due, che sono posteriori l’una di vent’anni, l’altra di mezzo secolo, quella di Howell è decisamente un’altra cosa, e proprio per questo, dal nostro punto di osservazione, riveste un particolare interesse.
L’opera biografica nel suo insieme è tutta rivolta a celebrare la figura di Luigi XIII di Francia, come si evince dalla formulazione del titolo: Lustra Ludovici or the life of the late victorious King of France Lewiss the XIII (and of his Cardinall de Richelieu) , dove le parentesi usate per la biografia del Cardinale, valgono a porla in secondo piano, accentuando, con la chiara allusione al suo status di suddito della corona, la disparità di livello fra i due personaggi. Notevolmente minore è infatti lo spazio che la ‘Vita’ di Richelieu occupa all’interno del volume rispetto alla ‘Vita’ regale, e, a differenza di quella, priva di enfasi la formulazione senza orpelli del titolo, The life of Armand John de Plessis Cardinal de Richelieu . Nonostante che il criterio di uniformità usato nella composizione tipografica dei due testi faccia pensare ad una coppia di vite ‘parallele’ concepita al modo di Plutarco, altri indizi esteriori sono la spia del divario. Balza agli occhi, nella seconda, l’assenza dei marginalia con l’indicazione dell’anno, che nella biografia di Luigi XIII si trovano nel bordo esterno di ogni pagina, a evidenziare un ordine espositivo classicamente annalistico 24 .
Il volume – stampato a Londra nel 1646 25 da John Legate junior 26 per Humphrey Moseley 27 – è di piccolo formato. Si apre con una dedica dell’autore al principe Carlo, «the hopes of our Crown, and the crown of our Hopes», dopo la quale un breve Proemio introduce l’opera intera; in tutta questa parte preliminare il formato dei caratteri è più grande rispetto a quello usato per la parte riservata ai testi. La ‘Vita’ di Luigi XIII 28 , divisa in sette capitoli quanti furono i lustri del suo lungo regno, ne costituisce la prima e principale sezione, che si chiude con una sorta di appendice intitolata A corollary added to the life of Lewiss the Thirteenth 29 , nella quale Howell traccia i lineamenti della figura del re, sia per quanto attiene alla sua complessione fisica che alla sua personalità, di cui esalta le virtù morali ed anche le spiccate capacità politiche, associate a un particolare acume nelle cose militari 30 . La seconda sezione, dedicata alla ‘Vita’ di Richelieu, è seguita da un accurato indice tematico dell’intera opera 31 .
La sobria eleganza del libro, che denota il proposito di realizzare una pubblicazione rivolta ad un pubblico elevato, appare già di per sé conforme a un’idea di ufficialità: la configurazione stessa del frontespizio, nonché delle pagine del testo, le lettere capitali poste all’inizio di ogni sezione, ed il ritratto del principe Carlo che sovrasta il titolo della Dedicatoria , testimoniano di una particolare cura nel conferire a questo volumetto una veste consona alla dignità dei grandi personaggi di cui parla. La sua destinazione pubblica sottintende peraltro un intento di propaganda, poiché il tema della regalità su cui insiste la biografia di Luigi XIII, insieme a quello relativo alle funzioni del Ministro del re che attengono alla figura di Richelieu, rappresenta il nucleo unitario di una riflessione sulle istituzioni di governo in Francia, attraverso la quale l’autore delinea il proprio pensiero politico, e al tempo stesso lascia trasparire, come si vedrà, la propria adesione a un partito, che seppure marginale, ha una sua connotazione precisa nello scenario politico interno del regno d’Inghilterra, afflitto dalla guerra civile.
L’allusione alla disparità di livello fra le due biografie che si può cogliere nel titolo apposto a ciascuna, non è che il preludio a differenze il cui significato è ben più specifico e sostanziale, poiché la diversa struttura dell’una rispetto all’altra riflette i fondamenti del pensiero politico di Howell. Lo svolgimento interno rivela, come si cercherà di spiegare, la separazione netta che egli vuole stabilire fra di esse, e che è da intendersi riferita non tanto alle vite dei protagonisti, quanto piuttosto alle loro rispettive dignità e funzioni istituzionali. Questa percezione è abbastanza netta da far ritenere che l’apparente ripresa del modello comparativo di origine plutarchea sia da ascrivere alla vena ironica che caratterizza lo stile di Howell, per cui potrebbe essere il suo gusto del paradosso a suggerirgli di adottare lo schema delle vite parallele per una coppia di vite che parallele non sono, né in alcun modo avrebbero potuto esserlo. Ogni ipotesi di comparazione fra le decisioni del re e le facoltà di intervento nelle strategie della politica esercitate dal suo Ministro, risulta improponibile nell’ottica di Howell. Egli descrive i loro rapporti dando maggior risalto agli aspetti interpersonali, che a volte commenta con una punta di sarcasmo, piuttosto che a una effettiva condivisione reciproca di giudizi e di intenti. Perfino le stravaganti scelte stilistiche che adotta nel corso della scrittura, fanno risaltare la natura essenzialmente ‘dottrinaria’ del giudizio che sancisce l’incomparabilità dei loro ruoli; si potrebbe considerare, a questo proposito, come anche il contrasto relativo alla forma espressiva contribuisca a rendere asimmetrica questa coppia di ‘Vite’, e rappresenti un indizio interessante circa il senso riposto nelle caratteristiche proprie di ciascuna. Mettendo a confronto la ‘Vita’ di Richelieu scritta da Howell con le biografie esaminate nella nostra rassegna, si può constatare come in nessuna di queste siano altrettanto evidenti i segnali che ne individuano l’impostazione e il senso complessivo.
Uno degli aspetti più interessanti del divario fra le due biografie di Howell risiede nell’elemento temporale: nella ‘Vita’ di Richelieu non soltanto mancano i marginalia , usati invece nella ‘Vita’ regale a evidenziare la sequenza degli anni, ma è del tutto assente qualsiasi riferimento cronologico all’interno al racconto. La conseguenza più immediata, che consiste nella difficoltà di incrociare i dati di contesto comuni all’una e all’altra, si accentua man mano che procede la narrazione; in sostanza, Howell sembra voler evitare il più possibile di porli uno di fronte all’altro, ciascuno con una propria volontà, nell’assunzione di decisioni strategiche per la potenza del regno. Un tema peraltro, quello delle relazioni fra l’autorità regale e il potere esercitato dal Ministro sugli organi di governo non meno che sul monarca stesso, di fondamentale importanza in ogni biografia, antica o moderna, del Cardinale, come in tutta la storiografia generale sulla Francia di quel periodo.
Particolarità che possono apparire come delle sfasature sul piano narrativo, sono invece sintomi di un approccio alla scrittura biografica caratterizzato da continue intersezioni di prospettive di natura diversa. Unitamente alle valenze storiografiche che questo tipo di biografia presuppone, vi confluiscono infatti elementi filosofici, politici, letterari che vanno ben oltre le storie della vita dei singoli personaggi, ciascuna contraddistinta dal ruolo ricoperto in ambito pubblico. Il modo in cui tali elementi risultano fusi insieme nello stile narrativo di Howell, determina l’originalità di queste due biografie; ma non è soltanto lo stile o la tecnica espositiva a decretarne la differenza da tutte quelle presentate in questo studio, bensì i criteri usati nello svolgimento sia dell’una che dell’altra, dovuti in gran parte alle idee professate dall’autore in materia politico-istituzionale. Alla specificità di tali idee deve ricondursi l’andamento discorsivo con cui egli delinea la necessaria inquadratura storica, forgiata con un estro letterario mediante il quale si insinuano nel racconto le sue motivazioni più riposte. Per valutare la congruità di questa lettura è necessario anzitutto collocare la figura di Howell nel momento storico e nell’ambiente in cui maturarono i suoi convincimenti in materia di istituzioni di governo, nonché l’adesione a una tendenza politica che in quegli anni si configurò come corrente moderata all’interno del partito dei realisti inglesi.
4. Note per un profilo di James Howell
Alcuni aspetti che caratterizzano la cospicua e multiforme produzione di James Howell, in gran parte poco nota, sono stati messi a fuoco soprattutto negli ultimi decenni, con particolare riferimento alla riflessione filosofica che attraversa le sue opere di natura letteraria 32 . Fra tutte, quella più conosciuta è la raccolta delle Familiar Letters , che è stata studiata soprattutto dagli storici della letteratura inglese, mentre, a parte gli scritti ‘politici’, fra i quali si è soliti annoverare anche i romanzi concepiti in forma allegorica 33 , le opere propriamente storiografiche di questo autore, scritte e pubblicate nei primi anni Cinquanta del Seicento, non erano state oggetto di particolare attenzione da parte degli storici prima che Vittorio Conti curasse l’edizione moderna, in lingua originale, della storia della rivoluzione napoletana del 1647-1648 34 . Il curatore, nell’ Introduzione al testo, fornisce i dati biografici essenziali di Howell, fra i quali l’arresto subito nel 1643 per ordine del Lungo Parlamento, a cui seguirono gli anni della prigionia, protrattasi fino al 1651, sottolineando il passaggio dalla iniziale posizione realista ‘moderata’ che questi aveva manifestato durante il regno di Carlo I, ad un diverso orientamento politico, di tipo repubblicano, che assunse dopo la morte del re. Né Conti manca di fare riferimento allo studio incentrato sulla repubblica ‘aristocratica’ di Venezia 35 , frutto di impegnative ricerche documentarie e bibliografiche sul patriziato veneziano elaborate da Howell quando si trovava nelle carceri di Londra, che pubblicò appena tornato in libertà. L’anno successivo sarebbe uscito un nuovo lavoro storiografico: la curiosità alimentata dalla polemica politica che si era accesa nell’Inghilterra di Cromwell, ravvivò infatti l’interesse che Howell nutriva già dal 1648, per le vicende relative alla ribellione antimonarchica di Napoli, con particolare riguardo alla natura di tale evento e alle motivazioni che ne determinarono la maturazione. Dopo avere effettuato e pubblicato la traduzione in inglese dell’opera di Alessangro Giraffi, Le rivoluzioni di Napoli 36 , scrisse infatti la suddetta History of the late Revolutions in the Kingdom of Naples , pubblicata per la prima volta nel 1652 e, di nuovo, nel 1663-1664 e nel 1679 37 .
Al contrario, bisogna dire che i testi biografici contenuti nel volume di cui stiamo parlando, sembrano non avere costituito materia degna di interesse da parte degli studiosi. Non abbiamo infatti studi specifici dedicati ai Lustra Ludovici or the life of the late victorious King of France Lewiss the XIII (and of his Cardinall de Richelieu) , un’opera alla quale, peraltro, anche all’interno dei contributi più recenti, ivi compresi quelli pubblicati nei repertori biografici inglesi, raramente è stata riservata niente più che una semplice menzione.
La rilevanza indiscussa dell’ampia raccolta delle Familiar Letters 38 , più volte edite fino agli inizi del secolo scorso, è confermata dagli studi che gli storici della letteratura inglese hanno dedicato a queste lettere, in quanto testi significativi sia sotto il profilo della lingua 39 che dello stile, retorico e spesso ironico, non meno che per le vivide descrizioni di luoghi e di contesti sociali che aveva conosciuto 40 . Al tempo stesso queste lettere rappresentano anche una fonte preziosa per la ricostruzione di alcuni momenti della sua vita. Raccolte dall’autore stesso, e in gran parte scritte nel periodo della prigionia nelle carceri di Londra, che durò diversi anni (dal 1643 al 1651), esse ripercorrono a ritroso i molti viaggi compiuti e le vicende più significative che gli erano accadute 41 . Per quanto riguarda gli aspetti che ci interessano particolarmente in questa sede, ricerche storiche relativamente recenti, tenendo presenti gli scarni dati biografici di cui disponiamo su Howell 42 , offrono un quadro abbastanza esaustivo e preciso circa la posizione politica che egli assunse nel periodo della guerra civile. Dedicate al Constitutional Royalism, una corrente che potremmo definire ‘di nicchia’ fiorita fra il 1640 e il 1649 43 , queste ricerche segnalano infatti la vicinanza di Howell a intellettuali molto attivi che si distinsero all’interno di essa, e individuano le linee principali del loro orientamento politico e ideologico in merito alle istituzioni di governo del regno. Grazie al contributo di tali studi, è possibile cogliere nessi importanti fra alcuni aspetti che emergono dalla coppia di biografie in esame, e le opinioni di stampo realista moderato che Howell professò in quel periodo, delle quali si trovano riscontri anche nelle sue lettere a vari aristocratici inglesi accomunati dalla fedeltà a Carlo I.
All’indomani dell’esecuzione del re condannato a morte dal Parlamento, quella corrente si sarebbe rapidamente dissolta, e con essa anche le idee politiche moderate sulla regalità, che Howell aveva manifestato in chiave metaforica nei suoi scritti poetici e letterari. Con l’avvento di Cromwell, tali idee avrebbero ceduto il posto a una visione politica, sociale e istituzionale di segno repubblicano, e, successivamente, al tempo della restaurazione, Howell sarebbe tornato, seppure non al massimo grado di lealismo realista, a sostenere l’istituto della monarchia durante il regno di Carlo II; fu allora che ottenne la nomina a storiografo regio e, con essa, una situazione economica stabile per il resto della sua vita.
Fra le motivazioni che potrebbero avere agito sul proposito di applicarsi alla scrittura biografica (fra l’altro ciò avvenne quest’unica volta nell’intera carriera di Howell), al fine di descrivere compiutamente le due più alte figure istituzionali che avevano fatto la storia della Francia contemporanea, merita particolare attenzione l’ideologia che lo accomunava il gruppo dei sostenitori del Constitutional Royalism. Se la sua multiforme attività di scrittore probabilmente gli valse, all’interno di quel movimento politico, il riconoscimento del ruolo di comunicatore, tanto più prezioso quanto più efficace era la sua vena retorica, tuttavia è assai verosimile che l’aderire a un concetto della regalità ispirato a principi di natura moderata – e per certi versi non privo di ambiguità – piuttosto che a tendenze assolutistiche, sia stata di ostacolo al soddisfacimento della sua aspirazione a diventare consigliere di Carlo I, o a ricoprire qualche carica di governo. Infatti non ottenne né l’una cosa né l’altra, nonostante avesse stabilito contatti significativi con diverse famiglie dell’aristocrazia londinese e con la cerchia degli amici e sostenitori del re. Anche le speranze, coltivate a lungo da Howell, di ottenere una posizione di prestigio nell’ambito dell’amministrazione pubblica furono deluse, poiché, giunto ad un passo dal conseguimento di tale obiettivo, mentre la guerra civile si profilava all’orizzonte, incorse in una disavventura di cui non si è potuto chiarire la vera origine, probabilmente legata alle opinioni che aveva espresso in merito al Parlamento inglese nella sua prima opera importante, Dendrologia , romanzo storico rappresentato allegoricamente mettendo in scena le piante 44 . Sta di fatto che nel 1643 fu arrestato e subì la condanna al carcere, scontata per otto anni nella prigione di Londra, durante i quali si dedicò intensamente alla scrittura: risalgono a quel periodo alcuni trattati 45 , le lettere indirizzate al re Carlo e ad altri personaggi, le ricerche compiute intorno a realtà storiche italiane sopra menzionate, e anche le biografie francesi di cui ci stiamo occupando.
La singolarità dello stile fantasioso e retorico di Howell fa di ciascuna delle sue opere un prodotto unico per l’enfasi con cui espone contenuti di per sé non originali, scaturiti da una attitudine dotta e letteraria più che filosofica, che egli declina nelle forme espressive proprie dei tradizionali generi di scrittura, sia in prosa che in versi: dalla lettera al trattato, al dialogo, all’opera storiografica, fino alla biografia storica. Il ricorso frequente a metafore e ad immagini tratte dal mondo naturale rende pieni di colore i suoi versi e brillante la sua prosa, comprese le biografie. Le rappresentazioni dell’universo umano, del temperamento dei popoli e della condotta dei loro governi risultano particolarmente suggestive per le similitudini ispirate alla fisicità dei corpi celesti e del corpo umano 46 .
Howell attinge alla concezione organologica dello Stato e della regalità, che attraversa la storia del pensiero politico da Giovanni di Salisbury a Hobbes 47 , imprimendo alla metafora tradizionale la cifra della propria fantasia creativa, con raffigurazioni di processi fisici che producono effetti di ironia manifesta, fino alla dissacrazione. Il contrasto fra il tenore artificioso delle immagini evocate, ed il sostrato etico del suo pensiero, ispirato alla corrente neostoica del tardo Cinquecento europeo 48 , appare singolare e ardito. L’originalità della sua scrittura risiede anche nel far trasparire dalle immagini e dai toni che rendono stridente questo contrasto, lo spirito conciliativo con cui fa appello alla capacità umane di dominare le passioni mettendone a frutto i lati positivi piuttosto che cancellarle del tutto 49 .
Questo spirito sorregge la sua visione delle cose riguardanti il comportamento degli uomini e la politica, e accompagna la tendenza ad accettarne e risolverne con sobrietà e misura gli esiti più controversi. Se tutto ciò riflette i presupposti della sua adesione alle opinioni politiche della corrente dei ‘realisti moderati’, le biografie ‘francesi’ ne portano il segno sia per il modo con cui Howell, durante la lunga prigionia che dovette scontare in quegli anni tormentati della storia d’Inghilterra, descrive i mutamenti politici intervenuti in Francia, sia per l’idea di regalità che la studiata giustapposizione dell’una all’altra, gli consente di comunicare ai suoi lettori; con ciò ottemperando al proposito di sottoporre un tema tanto attuale quanto controverso, all’attenzione di una cerchia di intellettuali inglesi dai gusti raffinati e dalla sensibilità acuta in materia istituzionale e politica. Prodotto di natura al tempo stesso letteraria e storiografica, il volume delle ‘Vite’ di Luigi XIII e Richelieu testimonia l’ampiezza degli orizzonti culturali e al tempo stesso la specificità delle tendenze filosofiche di Howell, permeate dalla sua inclinazione etico-pratica di stampo stoico. Per comprendere il senso della sua biografia di Richelieu, che andremo ad analizzare nelle pagine che seguono, è necessaria una chiave di lettura che consenta di percepire questa ‘Vita’ come parte integrante di un disegno di più ampia portata. L’opera nel suo insieme appare infatti come un manifesto duplice, dai tratti decisi, dove si può cogliere la nitidezza dello schema attraverso il quale i ragionamenti intorno all’assetto dei poteri nel regno di Francia, che Howell vi riversò durante quella difficile congiuntura della storia inglese, vanno a formare una visione lucida e acuta dei meccanismi di governo vigenti nelle grandi monarchie europee.
5. Le idee del Constitutional Royalism nelle ‘biografie francesi’ di Howell: itinerari da esplorare
L’indizio più evidente del criterio con cui le due ‘Vite’ del re di Francia e di Richelieu sono costruite, consiste in quella caratteristica, di cui si è già detto, che rende quest’opera di Howell marcatamente difforme rispetto ai modelli di biografia applicati ai personaggi in oggetto, dagli altri autori presenti nella nostra rassegna ‘seicentesca’. Tale caratteristica colpisce tanto più il lettore quanto progressivamente vede consolidarsi nel testo la scelta dell’autore di tenere rigorosamente separati i profili di Luigi XIII e di Richelieu, non soltanto dal punto di vista delle rispettive personalità, ma anche in considerazione di elementi di carattere più propriamente istituzionale e politico. Tale scelta risponde a un disegno ben preciso, che emerge soltanto da una lettura integrale. Ciascuna delle due biografie è costruita evidenziando i temi e i momenti storici ritenuti da Howell di maggior interesse, specialmente agli occhi di un osservatore inglese dell’epoca che fosse sensibile a tutto ciò che riguardava l’esercizio dei ruoli istituzionali. Premesso che la selezione dei fatti narrati quale Howell la propone in ciascuna di esse, risulta essere, almeno in parte, diversa nell’una rispetto all’altra, va detto che, in linea generale, il racconto della vita di Luigi XIII procede in modo più organico dal punto di vista dell’impianto, nell’osservanza delle regole di veridicità e senza contravvenire alla corretta sequenza cronologica dei fatti, secondo i canoni propri del racconto storico; mentre quella di Richelieu non segue un andamento lineare, essendo ripartita in due sezioni che, seppure formalmente contigue, sono nettamente distinte sia dal punto di vista dello svolgimento che dei contenuti. Ma, a parte queste vistose differenze fra le due biografie, di cui si darà conto più avanti, il volume nel suo complesso evidenzia un progetto narrativo unitario, nel quale colui che detiene il titolo della regalità opera su un piano che non si interseca in alcun modo con quello che compete al suo Ministro. Quest’ottica è il risultato di uno schematismo volutamente elusivo di ogni riferimento ai mutamenti avvenuti in Francia al tempo di Richelieu in ambito amministrativo, oltre che politico sia all’interno che verso l’esterno, aspetti sui quali il potere esercitato dal Principal Ministre aveva influito tanto fortemente da creare situazioni molto controverse sotto il profilo istituzionale.
La struttura che caratterizza lo svolgimento dei Lustra Ludovici si pone nel solco di una tradizione che ben si adatta alle intenzioni di Howell. Egli organizza infatti il racconto biografico dividendo la materia in capitoli scanditi per lustri; all’interno di ciascuno, i già menzionati marginalia indicano la sequenza annalistica dei fatti narrati. Particolare degno di nota, in quanto ci troviamo di fronte a un caso forse unico, è il fatto che, da cima a fondo, Howell ha cura di non oltrepassare lo spartiacque che idealmente interpone fra l’esercizio dell’autorità regale e il ruolo pubblico di Richelieu, uomo di Chiesa e ministro del governo, che aveva assunto più volte nel corso del suo ministero, importanti iniziative politiche e militari, reputandole utili al prestigio della Corona e al bene della Francia, verso la quale proclamava la propria lealtà di suddito. Questa opzione da parte di Howell appare evidente soprattutto in quelle circostanze ed eventi della storia francese dell’epoca, rispetto ai quali la storiografia non ha mancato di attribuire a Richelieu un peso tanto rilevante nei processi sia decisionali che operativi, da soverchiare in qualche caso la volontà stessa del re; né di riconoscere al ministro tutto il merito dei buoni risultati conseguiti, grazie ai quali il prestigio della monarchia di Francia rispetto agli altri Stati europei si era notevolmente innalzato. Al contrario, Howell sottolinea in modo esclusivo i meriti del re nei successi politici e militari conseguiti; a lui solo, in quanto autorità al vertice istituzionale del Regno, attribuisce la dignità delle scelte strategiche compiute per accrescere la potenza dello Stato.
Fra i numerosi esempi in cui si esplica il criterio narrativo sancito da questa impostazione, il più eclatante riguarda l’azione politica contro gli ugonotti. Se tutte le fonti storiche, non solo francesi, assegnavano già allora a Richelieu un ruolo di primo piano nelle decisioni politiche e nelle operazioni militari finalizzate ad annientare le loro comunità, che, sparse per tutto il territorio francese, disponevano delle risorse necessarie alla propria difesa, Howell si pone vistosamente fuori dal coro, attribuendone unicamente al re l’iniziativa, e anche il merito della realizzazione. Impallidisce così l’immagine di Richelieu vincente sugli ugonotti, vero artefice di quella gloria che aveva reso grande la Francia, e al tempo stesso si stempera l’energia negativa che, secondo l’opinione di molti sia in Francia che fuori, gli eccessi del suo potere avevano sprigionato.
Questo aspetto del racconto di Howell merita attenzione con particolare riferimento alla vita di Luigi XIII. È l’alto grado di dignità che egli assegna all’operato del re, messa a confronto con il ruolo svolto dal suo ministro, a decretare l’esistenza di un nesso consistente fra la coppia delle biografie ‘francesi’ e l’appartenenza di Howell a quell’aggregazione politica di intellettuali del ceto aristocratico, formatasi all’interno della cerchia dei ‘realisti moderati’ che dichiararono la loro fedeltà a Carlo I. Tale aggregazione, a quanto si apprende dagli studi di David L. Smith sopra menzionati, trovò il suo collante ideologico in una forma di royalism che, non senza qualche ambiguità, si dimostrava più aperta alle istanze del parlamento. Di qui la formula identificativa Constitutional Royalism assegnata a questo gruppo, che si configura come un movimento d’opinione, non ufficializzato dai contemporanei, al quale Smith attribuisce tuttavia un peso politico degno della considerazione degli storici, negli anni immediatamente precedenti l’insorgere della guerra civile. Nel quadro articolato che si delinea in considerazione di tutto ciò, a partire dall’ampiezza effettiva del movimento al suo esordio, nel 1641-1642, e nel medio periodo, fra il 1644 e il 1646, ha anche inteso definire la sostanza e la durata nel tempo delle idee messe in campo dai suoi promotori, nonché il ruolo giocato da questi ultimi nei negoziati intercorsi fra la corona e il Parlamento fino al 1649. Se le ricerche compiute da Smith vanno a colmare, a posteriori, una lacuna esistente nella storiografia del tempo, le conclusioni a cui giunge allargano il campo della valutazione storica alla durata di quelle idee, riconoscendone la persistenza nell’Inghilterra di fine Seicento, al tempo della gloriosa rivoluzione, e oltre.
L’utilità di questi studi per la nostra analisi risiede soprattutto nella parte dedicata alla ricostruzione del milieu di aristocratici intellettuali, fra cui lo stesso Howell, che condivisero gli ideali costitutivi del movimento politico in oggetto, e nella scansione della sua tenuta durante gli anni della guerra civile. Ancor più ci è di aiuto la definizione del Constitutional Royalism ricavata proprio da una attenta rassegna degli scritti di Howell, dove troviamo rappresentati nelle fantasiose immagini della metafora politica che caratterizza il suo stile 50 , i tratti fondamentali di quello spirito moderato di cui furono promotori, in quel breve e travagliato arco di tempo, gli uomini di maggiore spicco nell’entourage di Carlo I, fino ai suoi più stetti consiglieri. Nella rassegna di Smith non compaiono tuttavia le biografie di Luigi XIII e Richelieu, che a buon diritto meriterebbero di esservi comprese. I criteri con cui sono concepite riflettono infatti molto da vicino i contenuti ideali che contraddistinguono quel movimento politico, ed è a questi ultimi che occorre rifarsi per individuare una chiave di lettura idonea a farci riconoscere le valenze storiografiche interne a ciascuna di esse.
Se la varietà della produzione di Howell ci autorizza a definirlo genericamente un poligrafo, la sequenza dei suoi scritti di argomento storico vale ad attribuirgli delle specificità che sono attestate da una evoluzione di contenuti e di obiettivi direttamente connessa al mutare delle cose, e dunque portatrice di percezioni immediate ed acute per tutto quanto attiene all’attualità politica 51 . La dedica al Parlamento inglese che Howell appose all’opera storica nella quale si era impegnato durante la prigionia, Survey of the Signorie of Venice (1651) 52 , attesta il mutamento delle prospettive e il suo distacco dalla posizione realista. La cronaca dei moti napoletani del 1647-1648 53 , che scrisse dopo essersi schierato dalla parte di Crommwell, è nota per essere il primo saggio di ricostruzione e interpretazione storica di quegli eventi, prodotto fuori d’Italia. Concepito nell’ambiente del repubblicanesimo inglese, esso riflette l’urgenza di risolvere questioni istituzionali molto dibattute dopo gli esiti drammatici della rivoluzione antimonarchica. Il forte senso della contemporaneità di cui questi scritti sono permeati, e che raggiunse rapidamente il pubblico dei lettori ‘continentali’, va visto a fronte dei mutamenti intervenuti nella politica e nella società inglese. Analogamente, nessi molto forti esistono anche fra la sua visione dei processi storici che attraversano la Francia al tempo di Richelieu e l’elaborazione dei modelli narrativi che egli applica alle biografie ‘ francesi’.
Tornando dunque ai testi biografici che sono al centro della nostra attenzione, e che ci permettono di assegnare alla biografia storica il posto che le compete nella nascita della storiografia su Richelieu, va detto che l’apporto di Howell è da considerare, a differenza dagli altri autori presenti in questa rassegna, da letterato e intellettuale più che non da vero e proprio storico. La sua attitudine scrittoria sottintende, tuttavia, oltre ad una seria conoscenza dei fatti, un intero bagaglio di riflessioni filosofiche ed etiche sulla politica. Nel rappresentare le ‘Vite’ di Luigi XIII e di Richelieu con il relativo contesto storico, egli non si sottrae dal far riferimento a una serie di questioni riguardanti le forme di governo degli Stati. Da queste biografie, che ruotano intorno al tema della regalità, traspaiono i segni di una netta contrapposizione al pensiero espresso in quegli stessi anni da Hobbes a favore dello Stato assoluto.
6. Il tema della regalità
Per arrivare a comprendere i presupposti in virtù dei quali le opinioni di Howell a questo riguardo trovano applicazione nelle due biografie, occorre in primo luogo interrogare il testo della ‘Vita’ di Luigi XIII, dove l’autore, costantemente, mostra una particolare diligenza nel mettere in risalto le facoltà da lui esplicate nell’esercizio della potestà regale, avendo cura di sottolineare, nelle pieghe del racconto con cui illustra le vicende che avevano segnato il corso del suo regno, l’unicità del ruolo decisionale riposto nelle sue mani. Il fatto di rilevare come ogni risoluzione politica del governo dipendesse dalla volontà del re non esclude tuttavia il riconoscimento, da parte di Howell, della funzione di consiglieri, ministri, favoriti, ai quali Luigi XIII scelse di accordare la sua fiducia. Ma considerazioni di questo tipo non sarebbero che una formula semplificatoria, di per sé insufficiente a spiegare i fondamenti di tale impostazione, se non tentassimo di approfondirne il nucleo teorico attraverso una analisi rivolta alla matrice ‘politica’ del pensiero che Howell coltivò in quegli anni sul tema della regalità. Da questo tema bisogna rifarsi anche per individuare le linee compositive e, con esse, le valenze storiografiche della biografia di Richelieu, le cui differenze rispetto a quella di Luigi XIII sono in realtà più vistose e sostanziali di quanto argomentato fin qui. Frattanto è evidente il contrasto fra l’armonia che avvolge ogni aspetto del ritratto regale, e il realismo con cui Howell descrive la figura di Richelieu. Se il Cardinale viene presentato come uno strumento della volontà del re, tuttavia Howell non manca di rilevare come il legame affettivo consolidatosi nel tempo fra di loro, avesse prodotto un’anomalia manifesta. Questa si evince dalla differenza sostanziale sottolineata dall’autore con il suo stile dotto ed elegante, fra i benefici che il re concesse ad alcuni dei suoi favoriti – benefici definiti in chiave metaforica con l’espressione tenacies at will che, verosimilmente, richiama il concetto giuridico di proprietà su beni di terzi, non automaticamente rinnovabile – e il favore ininterrotto, permanente e fisso come un diamante, accordato al suo ministro, che «might be call’d a stable possession, ‘twas not as brittle glasse, but as firm as Diamond» 54 .
La metafora è il traslato di una ‘eccezione’ di cui Howell è ben consapevole, e che, dal suo punto di vista, crea non poche difficoltà nel trovare il punto di equilibrio fra la suprema potestà regale e il potere detenuto da colui che, stando alla pubblicistica del tempo, si era imposto sul carattere e sulla volontà stessa del re. Nell’opinione comune la paternità dei progetti e delle azioni politiche intraprese dalla monarchia di Francia apparteneva di fatto a Richelieu, che Luigi XIII aveva designato, come mai nessun re aveva fatto prima di allora, Principal Ministre del suo governo, singolare dicitura con cui aveva dovuto sostituire, in seguito alle contestazioni da parte del Consiglio, quella di Primo Ministro, una carica che, pur esulando dalle tradizioni istituzionali del Regno, rimase sostanzialmente inalterata nelle intenzioni e nell’operato del re.
Come si può intuire leggendo la biografia di Richelieu, Howell non contesta la fondatezza delle ragioni di coloro che gli attribuivano responsabilità e meriti superiori al ruolo che aveva rivestito; nondimeno è evidente che avverte lui stesso come ciò costituisse un problema, ma non per il medesimo motivo. Dal suo punto di vista, il vero problema stava nel fatto che il potere eccessivo esercitato dal Cardinale, e la sua influenza su Luigi XIII, andava a configgere con l’immagine della regalità quale egli la intendeva, in sintonia con il movimento politico nel quale si riconosceva al tempo in cui si cimentò nel compito di biografo. A ciò si aggiunga, particolare non irrilevante nell’ottica ‘inglese’ di Howell, il legame di parentela fra le casate degli Stuart e dei Borbone, essendo il principe Carlo – il futuro re Carlo II d’Inghilterra – e per l’appunto dedicatario dei Lustra Ludovici , nipote per parte di madre di Luigi XIII di Francia . Considerando tali fattori, l’intreccio degli spunti che hanno contribuito a forgiare questa inusuale opera biografica appare complesso. In sintesi, tenendo conto di tutto l’insieme, si può sostenere che, essendo essa strutturata come coppia di ‘vite’ congiunte, i tratti distintivi che caratterizzano la prima – di Luigi XIII – valgono a rimodulare, normandoli, gli squilibri indotti dalla seconda – di Richelieu – la cui eccezionalità viene rappresentata in modo realistico e non di rado con toni critici.
La metafora del ‘Diamond’ inoltre, a ben guardare, racchiude in sé la sostanza della riflessione storiografica e dei criteri a cui Howell si attiene; la terminologia tecnica di stampo giuridico usata per formularla, dà un’idea abbastanza precisa per quanto riguarda una, forse la più importante, fra le possibili motivazioni che stanno alla base del progetto complessivo da lui posto in opera: sanare in qualche modo il contrasto patente fra la legalità della funzione regale e l’eccesso di potere esercitato dal suo più grande ministro. Per quanto le particolarità descritte sopra, riguardanti il rapporto intercorso fra i due personaggi, non costituiscano che degli indizi a favore di questa ipotesi, la verifica dei meccanismi logici applicati alla stesura delle due ‘vite’, ne evidenzia la plausibilità, consentendoci di cogliere alcuni passaggi significativi all’interno di ciascuna.
7. Lustra Ludovici di Howell: linee enunciate e struttura compositiva
La biografia di Luigi XIII contiene le premesse fondamentali del quadro storico tracciato da Howell in funzione dell’obiettivo sopra ipotizzato; i termini che egli usa per enunciare le linee metodologiche seguite lasciano infatti trasparire il pensiero politico che implicitamente sottintende tale obiettivo e che rende più chiaro anche il senso degli avvertimenti espressi nella Dedicatoria al giovane principe Carlo 55 e nel Proemio 56 , ai quali occorre far riferimento. Queste pagine introduttive sono infatti la sede naturale delle indicazioni fornite dall’autore affinché i contenuti della propria opera vengano correttamente recepiti dal lettore. Dovremo quindi verificarne i nessi con lo svolgimento della biografia regale, al cui interno si sviluppa la cornice in cui va a incastonarsi il ritratto di Richelieu.
Con il suo inconfondibile stile letterario, ironico e a volte paradossale, Howell, nella Dedicatoria , spiega il metodo usato nella sua ricostruzione storica: di molti fatti accaduti dice di essere stato spettatore egli stesso; per tutto il resto, non ha preso in considerazione testimonianze di persone inaffidabili – «gli ingredienti di questa storia non provengono dalla guardiola del portiere» –, ma ha attinto per quanto possibile ad istruzioni e relazioni autentiche, in particolare quelle redatte dal Consiglio del re e dalla Corte del Parlamento 57 . Sono queste, a suo dire, le fonti principali del racconto che andrà ad illustrare la vita di «un re fortunato e vittorioso», capace di reprimere le insurrezioni del Poitou e della Bretagna, e le molte altre che scoppiarono in Francia nel corso del suo regno. Esalta l’efficacia delle azioni militari decise da Luigi XIII, e guidate personalmente da lui; dai successi conseguiti egli avrebbe tratto una forza tale da renderlo temibile e, al tempo stesso, amato dai suoi sudditi.
Dichiara inoltre di avere scritto la Royal History con l’intenzione di fare qualcosa di diverso da una semplice narrazione di fatti che, «facile come legare un fascio di paglia», sarebbe stata ben poco significativa. Il suo orientamento consiste invece nel mettere in pratica «the method of the providence in dispensing judgements», un metodo che si sostanzia della comprensione dei fatti storici attraverso lo studio delle cause di lungo periodo, i cui effetti devono aspettare, a volte, il passaggio di una intera epoca prima di manifestarsi e di poter diventare oggetto del giudizio storico. Tutte le ‘avvertenze’ contenute in queste pagine rivelano l’intenzione storiografica sottesa all’opera in oggetto, e danno anche una indicazione precisa circa il modo in cui Howell concepisce la storia: un fluire di eventi che in forme diverse si determinano ciclicamente in ogni società. Riferendosi alle ragioni che generalmente provocano turbolenze sociali, osserva che ve ne sono di comuni a tutti gli Stati, e propone una spiegazione basata sulla teoria organologica, ricorrente nei suoi ragionamenti sui comportamenti degli uomini e sulla politica, non meno che in queste biografie, nelle quali evoca sovente immagini di mutazioni cicliche proprie del mondo naturale. Vi è peraltro una analogia stretta – sostiene – fra le circostanze che, negli ultimi anni, hanno prodotto gravi inquietudini in Inghilterra e le cause che hanno generato malcontento in Francia: lasciando implicito il parallelo inglese (lo scontro fra re e Parlamento a monte della guerra civile), cita come esempio il fatto che era stata sospesa la convocazione dell’Assemblea degli Stati Generali; i sudditi del Regno di Francia ne furono profondamente contrariati, interpretando tutto ciò come un allineamento al modello dei Consigli spagnoli.
Ma è il Proemio generale dell’opera la sede in cui gli intenti che presiedono al suo lavoro di biografo trovano più compiuta espressione. Nell’esordio Howell rappresenta come un portento della fortuna e della natura il destino che ha affiancato ad un re potente l’influenza di un favorito prodigioso. Non esiste bilancia in grado di misurare comparativamente gli exploits dell’uno e le policies dell’altro. Ma dopo brevi accenni alla grandezza di un monarca che – sostiene – non ha bisogno dell’adulazione né dell’encomio forzato da parte di storici e scrittori (a cui peraltro egli tanto più facilmente si sottrae per essere Luigi XIII il re di un paese straniero) dedica al «plenipotentiary minister» tutto lo spazio che resta. Tale opzione risulta antitetica rispetto alla struttura della Dedicatoria , nella quale riserva alla figura regale la centralità che le compete. Scorrendo la sequenza degli argomenti affrontati nel Proemio , possiamo tuttavia renderci conto delle ragioni che lo inducono, qui, a dare la preminenza a Richelieu .
La prima ragione ha a che fare con il riconoscimento della statura politica del Cardinale. Per quanto non nasconda le reazioni suscitate in gran parte della cristianità dalla sua condotta, metaforicamente rappresentata con l’immagine di un «elmetto che sinistramente fa mostra di sé sulla sua mitra» 58 , Howell gli attribuisce il merito di avere sfoderato «la spada del suo re per tagliare le escrescenze e per potare i forti rami dell’esteso albero austriaco, temendo che potessero invadere la Francia» 59 . La seconda ragione – ma, dal suo punto di vista, più importante della prima – è nel farsi pubblicamente promotore di una battaglia contro «alcuni cronisti mercenari che intendono porre la berretta del Cardinale sopra la corona». Il punto controverso è nel fatto che questi ultimi attribuiscono interamente a lui il merito dei successi francesi, glorificandone l’azione politica con maggiore «industria e calore» che non quella del re: «essi vogliono scolpire il suo nome sul marmo e quello del re sulla pietra» 60 .
Sull’onda di questa denuncia, il testo si dilata in una serie di considerazioni ulteriori, infarcite di similitudini spettacolari, con le quali Howell lancia pesanti accuse morali sia contro gli adulatori che hanno scritto cose mirabili sul conto di Richelieu, sia contro coloro che lo hanno violentemente denigrato con scritti satirici. Di tutta questa produzione di fogli e libelli, circolati in Francia prima e dopo la morte del Cardinale, la ricostruzione dei fatti inerenti alla vita dei due personaggi – afferma – non terrà alcun conto.
Tutto ciò, insieme a molte altre particolarità sulle quali non è necessario insistere, invita il lettore a prestare attenzione al modo in cui il racconto si sviluppa in ciascuna delle due biografie, in quanto parti distinte di un piano narrativo unitario: «my intended storie»; le intenzioni dell’autore sono legate all’intreccio delle questioni sottese a questa coppia di ‘Vite’, in particolare al tema dei rapporti istituzionali fra i fattori del ‘binomio’, tema naturalmente decisivo sotto molteplici punti di vista, come si vedrà, non ultimo l’ordine stesso di successione assegnato loro da Howell. La logica opportuna, sia sotto il profilo formale che sostanziale, in un caso del genere – come spiega in aperta polemica con i «cronisti mercenari» di cui sopra – è che anteporre il monarca al ministro sia «consentaneous to reason, and congrous to good manners» 61 , allo stesso modo in cui il padrone ( master ) deve avere la priorità sul servitore ( servant ).
Il tema della regalità si impone fino dal primo lustro della ‘Vita’ regale, gli anni che vanno dal 1610 al 1614, quando, al compimento del tredicesimo anno di età, Luigi XIII fu proclamato maggiorenne. L’atto della proclamazione, sancito dal Parlamento di Parigi, è descritto in tutta la sua solennità al principio del secondo lustro, dove Howell, peraltro senza precisare né i giorni né il mese in cui tutto questo ebbe luogo, elenca i quattro editti emanati in tale occasione per la salute del Regno 62 ; molto puntuali sono invece i dati quantitativi circa i deputati dei Tre Stati che presero parte alla processione avvenuta subito dopo, e qui rileva come il numero dei rappresentanti del Terzo Stato (192), fosse di gran lunga inferiore a quello dei componenti della Camera dei Comuni – da notare la precisazione che si tratta dell’organo del Parlamento inglese corrispondente al Terzo Stato – la quale, da sola, raggiungeva all’incirca i 500 membri. La cerimonia che accompagnò l’inizio del regno di Luigi XIII segnò anche la conclusione della reggenza tenuta dalla madre Maria de’ Medici, che fino ad allora ne era stata tutrice, e che di fatto avrebbe mantenuto un’influenza molto forte negli affari di governo. La cerimonia descritta in queste pagine introduce la convocazione degli Stati Generali del 1614 63 che, riuniti alla fine dello stesso mese di ottobre, non sarebbero stati più convocati fino al 1789. Quell’Assemblea, che per Howell fu la prima e l’ultima riunione dei Tre Stati («or Parliement general») in Francia, trovò subito – afferma non senza amarezza – la propria tomba, dalla quale vi sono poche speranze che possa risorgere 64 .
Nell’economia di un racconto biografico svolto con questa singolare scansione cronologica, non è s

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