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Da Firenze a Digione

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396 pages
The Project Gutenberg EBook of Da Firenze a Digione, by Ettore Socci
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Title: Da Firenze a Digione
Author: Ettore Socci
Release Date: December, 2004 [EBook #7121] [This file was first posted on March 12, 2003]
Edition: 10
Language: Italian
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK, DA FIRENZE A DIGIONE ***
Carlo Traverso, Charles Franks, and the Distributed Proofreading Team.
Ringraziamo la "Bibliothèque Nationale de France" di aver concesso l'uso delle immagini disponibili presso
http://gallica.bnf.fr per la preparazione di questo testo.
DA FIRENZE A DIGIONE
IMPRESSIONI DI UN REDUCE GARIDALDINO
PER
ETTORE ...
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The Project Gutenberg EBook of Da Firenze a
Digione, by Ettore Socci
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Title: Da Firenze a DigioneAuthor: Ettore Socci
Release Date: December, 2004 [EBook #7121]
[This file was first posted on March 12, 2003]
Edition: 10
Language: Italian
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG
EBOOK, DA FIRENZE A DIGIONE ***
Carlo Traverso, Charles Franks, and the
Distributed Proofreading Team.
Ringraziamo la "Bibliothèque Nationale de France"
di aver concesso l'uso delle immagini disponibili
presso http://gallica.bnf.fr per la preparazione di
questo testo.
DA FIRENZE ADIGIONE
IMPRESSIONI DI UN REDUCE GARIDALDINO
PER
ETTORE SOCCI
Poche parole per capirci alla prima.
Questo libro non è per gli strategici e molto meno
pei letterati; un cruscante, leggendolo, avrebbe di
che arricciare il naso moltissime volte; un soldato di
quelli che vanno per la maggiore, giurerebbe che lo
scrivente sa di arte di guerra, quanto sa
d'ortografia un'analfabeta; nè io dicerto vorrei
sfegatarmi per far cambiar loro opinione; io non
l'ho mai pretesa a linguista ed ho una vecchia
ruggine con chi si arrovella, per studiare il sistema
di ammazzare più gente che può.
I miei non sono che appunti; appunti presi al chiaro
di luna, nel silenzio degli avamposti o nel cicaleggio
giocondo e spigliato della caserma; tra il fischiar
delle palle e le canzoni entusiastiche, tra una
bestemmia e una lacrima, in mezzo alla baldoria e
ai cadaveri, ai generosi proponimenti e alle
continue disillusioni, nasce spontanea in chiunqueabbia del cuore, una filosofia che l'arcigno e
pettoruto pedante non crederebbe possibile in una
vita scapigliata, chiassona, piena d'emozioni, ma
sempre senza pensieri, quale è la vita del campo.
E di tali riflessioni, ispirate dai fatti ora tristi, ora
gloriosi, di cui fummo gran parte, può essere che
qua e là se ne trovino anche in questi appunti, che
raffazzonati alla meglio, ora ardisco di offrire ai
miei buoni lettori, persuaso che, se non avranno
altro merito, avranno certamente quello di essere
dettati dalla verità, mai da rancore o da invidia.
Se arrivato all'ultima pagina, qualcuno che avrà
avuto l'eroismo di seguirmi fin là, volgerà un
pensiero pietoso ai poveri martiri, che ignorati si
giacciono nell'estese pianure sotto Fontaine e
Talant e resterà persuaso che i pochi, i quali per la
causa più santa che si sia dibattuta in questi ultimi
tempi lasciarono interessi e famiglia, quantunque
disconosciuti e non aiutati da chi aveva il dovere di
aiutarli, hanno fatto tutto quello che umanamente
era loro possibile per far trionfare la idea,
battendosi da prodi, e non mostrandosi indegni di
quella camicia rossa, che da gente abietta e
codarda si voleva condannare al Bargello, io sarò
più che contento, io potrò dire che il mio povero
libro ha raggiunto il suo scopo.CAPITOLO I.
—Bada bene che domani ti aspettiamo a Livorno.
—Non ne dubitate… Brucio anche io dal desiderio
di lasciar queste lastre.
—Allora siamo intesi?
—Intesisissimi.
—A domani dunque!…
E tutti, e tre ci stringemmo vicendevolmente la
mano, e si stava per congedarci, quando tutto a un
tratto un prolungato mormorio ci giunge
all'orecchio: è un accorrere di gente, uno
spalancarsi improvviso di finestre e di usciali di
botteghe vicine, un domandare e un rispondere, un
incomposto gridìo di ragazzi, un esclamare di
donne, continuo e in tuono di spavento.
—Che ci sia la rivoluzione?—Domandò un mio
compagno che da circa quindici giorni non sognava
che sangue e trambusti.
Senza rispondere alla strana supposizione, mossi
dalla curiosità escimmo tutti dalla bottega di caffè,
nella quale eravamo seduti. Qual magnifico
spettacolo non ci si offerse alla vista!
Era terminato di piovere ed il cielo era tutto rosso,infuocato, quasichè fosse avolto in un lenzuolo
d'amianto; i popolani, tutti a bocca spalancata
tenevano la testa all'insù, e distornavano gli
sguardi dall'alto, solamente por occhieggiarsi tra
loro, lambiccando il cervello e arrapinandosi, per
spiegare il fenomeno, che per la prima volta
vedevano, e di cui non erano mai giunti a farsi
un'idea. I lettori si rammenteranno dell'Aurora
boreale che apparve ai venticinque dell'ottobre
decorso; la sera appunto del venticinque d'ottobre
era l'ultima che, a nostro giudizio, dovevamo
passare in Firenze.
—Anche il cielo si tinge di rosso—Gridò il solito
compagno, provocando un'occhiataccia dal padron
di bottega, il quale dacché aveva raggruzzolato la
miseria di un mezzo milione si era buttato, anima e
corpo, nella categoria dei ben pensanti—Allegri
ragazzi—Continuò collo stesso tuono di voce lo
scapato—Gli augurii, non potrebbero essere
migliori… Evviva il rosso!
—Evviva!—Rispondemmo noi tutti, contenti come
pasque per la nuova distrazione che ci dava quel
caso inopinato e maraviglioso che faceva inorridire
dallo spavento il superstizioso fellak e la
donnicciola dei nostri camaldoli; due selvaggi in
questo secolo in cui non si fa che ragionare di
civiltà.
Dopo pochi minuti, lasciai i miei compagni, e prima
di ridurmi a casa, ebbi vaghezza di vedere, forse
per l'ultima volta, il lungarno. Era deserto! Non sto
a ripetere tutti i pensieri che, ispirati dallasolitudine, si accavallavano e si cozzavano nel mio
cervello in ebollizione: finalmente si poteva partire,
e partire per la Repubblica… finalmente era venuto
il momento di far vedere ai nostri nemici che non si
era buoni soltanto a declamare per i caffè e per le
bettole, finalmente si realizzava quel sogno che da
tanto tempo vagheggiavamo nel più segreto dei
nostri pensieri. E dire che i pezzi grossi della
democrazia, tutti, come un sol uomo ci avevano
sconsigliato. Ma che vogliono dunque—ripeteva tra
me—questi vecchi che coi loro scritti, colle loro
opere sono stati i primi a farci amar la repubblica?
—Lasciar solo là, tra un popolo straniero, Garibaldi
e farci sfuggire una sì bella occasione…. Ma che
vogliono dunque costoro?…. Alla fine soccorrendo
la Francia, noi non adempiamo che al nostro
dovere; si soccorre la nostra sorella maggiore, la
patria delle grandi iniziative, quella che ci ha istruito
colle sue opere, che ci ha dato sollazzo coi suoi
romanzi, che ha fatto le spese dei nostri teatri, che
dal campo sereno e grandioso della scienza a
quello frivolo della moda ci ha dato ogni cosa; se ci
è di mezzo quel maledetto affare di Montana, che
colpa ce ne ha la Francia, che colpa ce ne hanno i
discendenti di Voltaire e di Danton, i figli di quella
Nazione che ha proclamato per prima in faccia
all'attonito mondo i diritti dell'uomo?…. Oh! la
sarebbe bella, se i nostri soldati fossero mandati in
China o in qualunque parte del mondo, a puntellare
un monarca imbecille e codardo, oh! la sarebbe
bella, che se ne avesse a fare un carico a noi!…
Eppoi andare contro un re per la grazia di Dio, noi
che non crediamo in Dio e non abbiamo i re nelle
nostre simpatie; aiutare un governo che ha i pallonivolanti per posta e per soldato chiunque è buono di
portare un fucile; utilizzare a prò di causa
santissima una vita noiosa e disutile, traversare il
Mediterraneo, veder città e paesi che tante volte
abbiamo sentito nominare nei libri, e che tante
volte abbiamo desiderato vedere, riabbracciare i
vecchi compagni con cui in altro tempo si è diviso i
pericoli e l'emozioni delle battaglie; inebriarsi di
nuovo tra la polvere, il fumo e l'assordante rumore
dei combatimenti; e udire le grida dei prodi, che si
lanciano, come un sol'uomo, alla carica e unirsi a
loro e vederli… vederli da vicino i terribili soldati
che fan tremare l'Europa, misurarsi con essi,
picchiarsi, vincere, morire forse anche pel nostro
ideale…. Oh! le care fantasie che mi carezzavano
l'immaginazione, sotto quel Cielo di fiamme, sul
quale proprio davanti ai miei occhi staccava
superbamente modesto, il tempio monumentale di
san Miniato—Anche là sono morti dei repubblicani
—Io dissi con compiacenza a me stesso—anche là
fu combattuta l'aspra tenzone che da tanto tempo
agita l'umanità… Essi son morti, ma vivono eterni
nella memoria del popolo. Oh! toccasse a noi la lor
sorte!
Insomma d'idea in idea, di fantasticaggine in
fantasticaggine, chi sa dove sarei andato a
cascare, se, più macchinalmente che altro, non mi
fossi ritrovato sulla piazzetta, dove era la mia
abitazione—Eccolo—Gridò una voce ben nota,
appena spuntai dall'angolo della via.
—Eccolo!—Ripresero altre voci;I miei due amici, a cui se ne erano aggiunti altri
due, avevan fatto un capannello davanti al mio
uscio e mi avvidi alla prima che mi aspettavano.
—Abbiamo creduto bene di venir tutti da te; così
domani saremo sicuri di svegliarci e non
recheremo disturbo ai nostri padroni di casa…
—Lo recherete al mio—Interruppi….
—Non importa; già ora siamo liberi; abbasso i
padroni…
—Specialmente quelli di casa, che se si tarda a
pagarli, diventano peggio di jene.
—Su.. su; gridarono tutti.
—Su!—Gridai anche io, facendo di necessità virtù;
che oramai o girellare tutta la notte, o portare in
casa mia quell'indiavolati.
S'immagini il lettore, che cosa divenisse in pochi
minuti quella camera; tutti fumavano come
cammini, ed io in un cantuccio davo fuoco a certi
appunti, coi quali sera per sera confidavo alla carta
le impressioni provate durante il corso della
giornata. Il mio letto era piccolo per uno solo e in
lunghezza non avea niente da invidiare al celebre
di Procuste; cotesta sera ci entrarono in quattro, e
non potendo dormire, come è più che naturale,
cominciarono a tirarsi spinte e pedate tra loro,
facendo un baccano da mettere in sussulto il
vicinato: ora uno stivale colpiva negli stinchi
qualcuno, provocando certi moccoli da fare