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Romanzo di Simone Brunozzi.

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Publié le 16 septembre 2011
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Simon e Brunozzi NONOV VIO Ediz ione Integra le Questo libr o è opera di Simone Brunoz zi, e viene ril asciato con licenza Creative Commons di tipo Attribu zione - Non commerciale - Condividi all o stesso modo 2.5 vedi: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/deed.it I edi zione – novemb re 20 06 Stampato da Tipolito Properzio S.r.l. - As sisi (PG ) Copi a n° __ ____________ Alla mia fam iglia. A Mar co. A chi mi vuole bene. Alle persone che amo. A chi ha bisogno di affetto. A chi mi ha supportato, sug gerito, corretto, criticato. A chi non mi leg gerà mai . “Venti anni fa, nessuno avrebbe mai im maginato una rivoluz ione di tale portata. Eppure, eccolo qu i: tutte le funz ioni di un moderno computer, racchiuse in un cintur ino da portare c omodamente al polso. Chi oggi non usa un Giwiki è destinato all’isol amento globale. A non esistere. A non viver e. E’ una nuova prote si naturale , un secondo cervello, anche migliore del primo, di cui nessuno può più fare a meno. Il Giwiki fa ormai parte del nostro ste sso DNA.” Arthur J. B allmer, CEO, Microso ft Corporation , 8 luglio 2025. (Nota: Giwiki si legge “gi-ui- chi”) 00 0 00 1 Aprì gli occhi. Il brillante sole estivo lo aveva destato delicatamente, e la brezza sembrava averlo cullato per tutta la notte, tanto si sentiva riposato. 16 Luglio. Quarto anniversario. Stropicciò gli occhi assonnati, poi d’improvvis o li spalancò ben sveglio, fissand o il soffitt o bianco a lla ric erca di invisib ili dettagli. Quattro anni. I suoi pensieri li percorsero uno ad uno, come quadri d a fissare per sempre a d una parete importante del salot to di casa. Puntuale come un gallo, risuonò la voce che lo aveva svegliato ogni santa mattina, alla stessa immodificabile ora. Una voce così autoritaria e assoluta da rendere superfluo l’usarla con un volume più alto del normale. “Ore 7:00, m artedì 1 6 luglio 202 5. Tutti in piedi! Tra dieci minuti esatti fuori per il controll o.” Caporeparto Luisa Mira, ex maggiore nei lagunari, tre anni di guerre in Israele, due in Congo, sei mesi sotto le torture dei Contras salvadoregni. Dovevi darle retta per forza. Ma era corretta, e non si a pprofittava mai del suo manganello. Leone si alzò malvolentieri; dopo una lenta pisciata nell’ angolo bagno, si presentò fuori della cella con i soliti tre minuti di anticipo. Il gruppo di detenuti v enne portato a mensa. In estate le colazioni erano abbondanti: frutta, cornetti fragranti, succo d’ar ancia. I carcerati soffrivano meno il caldo se idratati a sufficienza, ed erano meno inclini alla violenza, preferendo godersi il sole e le nuotate in piscina. Mic a f essi. Il giorno in cui lo portarono in quel carcere, il “Redenzione” di Pantelleria, si stupì non poco quando si v ide consegnare costume da bagno, cuffia e sapone battericida. Era un carcere, o un 1 resort? Mezz’ora dopo era in acqua, silenziosamente in cerca di una qualche D ea da poter ringraziare. Sì, D ea: era certo che, se fosse esistita una qualche entità sovrannaturale, doveva essere donna per forza. Il “Redenzione”, non a caso, era il primo carcere sperimentale d’Italia: biblioteca aperta sedici ore al giorno, computer collegati ad Ultranet , lezioni gratuite e seminari, spazi di culto per sette religioni diverse, armadio personale, mensa ben gestita da aziende private, guardaroba rinnovato ogni anno. Rimanev a pur sempre un c arcere, seppur più morbido dei tanti carceri itali ani di quegli anni. Come recitava il direttore in ogni incontro pubblico, dava a chiunque la possibilità di utilizzare quel tempo, di reintegrarsi. Di ‘redimersi’. Addentò un’albicocca, riflettendo che quella sospirata ‘redenzione’ rimaneva in re altà un beneficio per pochi. Da quel carcere uscivano assassini convertiti a sarti, stupratori divenuti artisti... Ben pochi, tuttavia, credevano davvero nelle loro nuove professioni, e poco di quello che apprendevano lì dentro av rebbe f atto parte d el loro futuro. Il carcere ti uccide, ti consuma, ti annienta. Ti atterra, che si chiami Redenzione oppure no. Le docce erano sempre un posto da agguati, le lavanderie un posto da pestaggi. Senza famiglia, amici, donne, come puoi consolarti col tuo ipotetico futuro di cittadino onest o? Per lui non era stato facile, in quel mondo di farabutti. Non era un carcerato come gli altri, non ragionava come loro, non aveva lo stesso background sociale. Un a volta uscito si sarebbe ricostruito una vita normale. Era un pesce fuor d’a cqua. Una pecora bianca in un gregge di lupi. La vita in ca rcere è crudele, ma brutalmente semplice: basta non invadere la vita altrui. Il resto viene di conseguenza. Il mondo, là fuori, ha molte più regole, forse meno ferree ma ugualmente spietate. La differenza è una, an zi due. 2