Gli Illuminati: Le dimensioni della mente: Libro 3
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Description

Rapito. Coscienza espansa. E quello è stato solo l'inizio della mia giornata.



Ho sempre pensato di essere un ragazzo abbastanza a posto. Il tipo d'uomo che non avrebbe mai voluto commettere un omicidio.



Invece ho scoperto che semplicemente mi mancava la motivazione.



Alcuni crimini non possono essere perdonati.

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Informations

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Date de parution 10 juin 2020
Nombre de lectures 3
EAN13 9781631424519
Langue Italiano

Informations légales : prix de location à la page 0,0015€. Cette information est donnée uniquement à titre indicatif conformément à la législation en vigueur.

Exrait

Gli Illuminati
Le dimensioni della mente: Libro 3


Dima Zales

♠ Mozaika Publications ♠
Contents



Descrizione


Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 8

Capitolo 9

Capitolo 10

Capitolo 11

Capitolo 12

Capitolo 13

Capitolo 14

Capitolo 15

Capitolo 16

Capitolo 17

Capitolo 18

Capitolo 19

Capitolo 20

Capitolo 21

Capitolo 22

Capitolo 23

Capitolo 24

Capitolo 25

Capitolo 26


Estratto Di Colei che ferma il tempo

Biografia dell’autrice
Questo libro è un’opera di fantasia. Tutti i nomi, i personaggi, i luoghi e gli eventi narrati sono il frutto della fantasia dell’autrice o sono usati in maniera fittizia.
Qualsiasi riferimento a persone reali, viventi o scomparse, luoghi o eventi è puramente casuale.

Copyright © 2017 Dima Zales
www.dimazales.com/book-series/italiano/

Tutti i diritti riservati.

La riproduzione e la distribuzione di qualsiasi parte di questo libro in forma stampata o elettronica è vietata, se non autorizzata, ad accezione dell’utilizzo in una recensione.

Pubblicato da Mozaika Publications, stampato da Mozaika LLC.
www.mozaikallc.com

Traduzione: Mary Durante per Quixote Translations
Edizione italiana a cura di: Alessandra Magagnato

e-ISBN: 978-1-63142-451-9
ISBN: 978-1-63142-452-6
Descrizione



Rapito. Coscienza espansa. E quello è stato solo l'inizio della mia giornata.

Ho sempre pensato di essere un ragazzo abbastanza a posto. Il tipo d'uomo che non avrebbe mai voluto commettere un omicidio.

Invece ho scoperto che semplicemente mi mancava la motivazione.

Alcuni crimini non possono essere perdonati.
Capitolo Uno

«Non posso credere quanto faccia schifo la vita senza la Quiete. Le ultime due settimane sono state davvero un incubo,» dico a Mira, mentre le spalmo l'ultimo strato di crema solare sulle lunghe gambe perfette. Il caldo sole della Florida mi scalda la schiena, il suo effetto rilassante che si unisce al piacevole ronzio della Piña Colada.
«Sì, orribili.» Sbuffa pigramente. «Noi russi abbiamo sbagliato tutto a mandare tutte quelle persone in Siberia come punizione. Avremmo dovuto invece mandarle a South Beach.»
Mi guardo attorno, prendendo nota dell'azzurro dell'oceano e delle splendide ragazze, la più sexy delle quali è seduta proprio accanto a me. Forse ha ragione a essere sarcastica. Magari le cose non sono poi così brutte.
«Sai cosa intendo. La tua compagnia e il luogo sono ciò che lo rende tollerabile,» dico, mentre i dettagli delle bevute, delle cene, del rilassarsi sulla spiaggia e, soprattutto, del dormire assieme – occorrenza quotidiana – mi si susseguono davanti agli occhi. «Ma non mi piace la sensazione di non essere in controllo del mio destino.»
«Vuoi delle illusioni, è questo? Sei abbastanza vecchio da sapere che non sei mai stato in controllo di nulla,» ribatte lei, sollevandosi gli occhiali da sole dal naso. «La cosa migliore che puoi fare è goderti ciò che di buono ti porta la vita, e sopportare al meglio quando ti porta il solito cumulo di merda.»
So che è meglio evitare di discutere la sua cupa filosofia. Abbiamo già avuto quella conversazione, prima. Se continuo, mi ricorderà che quasi tutti i Lettori passano la maggior parte del tempo incapaci di effettuare la transizione nella Quiete a causa della loro scarsa Profondità, e che la maggior parte della gente non è proprio in grado di farlo. Poi potrebbe arrivare a darmi dell'ingrato e/o del viziato. Naturalmente il fatto che io taccia non significa che sia d'accordo con lei. Anche quando ero bambino, quando Sara usava la motivazione del 'ci sono persone che muoiono di fame nel mondo' per farmi sentire colpevole, non funzionava mai.
Quindi, invece di intraprendere la solita discussione, cerco strategicamente di cambiare argomento. «Hai fame? Vado al bar a prenderci qualcosa.»
«Certo,» mi dice in tono più caloroso. Sta accettando con grazia la mia sconfitta. «Portami una di quelle quesadillas al formaggio. Sarò in acqua quando tornerai.»
La guardo camminare lungo la spiaggia, verso l'oceano. La vista di Mira in un minuscolo bikini mi risolleva l'umore.
D'accordo, forse ho esagerato la mia situazione. I nostri sforzi per spendere tutti i soldi che Jacob aveva nella sua valigetta – la valigetta che Mira ha avuto la prontezza di prendere mentre scappavamo da uno scontro a fuoco – è stato piuttosto divertente. O almeno lo è stato finché non ho guadagnato un paio di milioni con le azioni di cui mi sono liberato, grazie a quella fortuita Lettura di Jason Spades, l'amministratore delegato della banca. Ciò che ho visto nella sua mente, quel giorno in palestra, si è svolto perfino meglio di quanto mi fossi aspettato; il governo ha dovuto abbandonare la banca, e le sue azioni sono colate a picco, facendomi incassare parecchio con i miei affari. Il lato negativo di essere un multimilionario, però, è che toglie parte del divertimento allo spendere in modo frivolo, o almeno è ciò che succede a me.
Non appena non riesco più a scorgere Mira, mi alzo, mi spazzo via la sabbia dalle gambe e mi dirigo verso il bar Tiki. Mentre mi avvicino, mi viene ricordato un altro fattore che mitiga queste settimane infernali: il mio migliore amico Bert e mia zia Hillary sono seduti al bancone, assieme, intenti a bere dei drink fruttati con gli ombrellini. Bert è arrivato qui quattro giorni fa, mentre Hillary alla fine della settimana scorsa.
«No, non sto parlando di buchi neri,» le sta dicendo Bert. « Questa Singolarità è un punto della storia in cui la rapidità degli avanzamenti tecnologici aumenterà in modo esponenziale. Potrebbe portare all'intelligenza artificiale, o a dei trans-umani o a persone che si uniscono con la tecnologia. Le IA, o gli umani potenziati, impareranno presto come costruire una generazione successiva più intelligente, e la generazione dopo farà lo stesso, e così quella successiva, il che creerà una reazione a catena. Sarà un'esplosione di intelligenza al di là della quale non possiamo prevedere ciò che succederà. E questo è un po' come la singolarità della fisica.»
«E questi presunti Luddisti tecnologici stanno cercando di prevenire questo scenario da Apocalisse?» chiede Hillary, apparentemente affascinata.
«Sì. Solo che è uno scenario da Apocalisse unicamente nella loro ristretta visione del mondo. Nella mia, se siamo così decisi a usare un termine delle Scritture, per descriverla, la singolarità è più come l'Estasi: un evento grandemente positivo dove tutti i problemi del mondo, come la morte, possono essere risolti. Ma sì, è ciò che penso stiano cercando di impedire. Quello, e in generale ogni cambiamento.»
«Ciao,» dico, interrompendo la teoria di cospirazione preferita di Bert.
«Oh, Darren.» Hillary mi sorride. «Bert mi stava giusto raccontando questa storia così affascinante.»
Lo intende davvero, il che mi ricorda come mai Bert sarà indebitato nei miei confronti per il resto della vita. Quando sono arrivati entrambi a Miami, li ho presentati senza alcuna idea di creare una coppia. Pensavo solo che mia zia e il mio migliore amico si dovessero conoscere. Non mi sarebbe mai venuto in mente, nemmeno in un milione di anni, che a Hillary Bert potesse davvero piacere . Il contrario non è una sorpresa; mia zia è davvero carina, nel modo in cui lo sono tutte le cose piccole, come i cuccioli e i gattini. E poi la sua taglia può essere stato ciò che ha dato a Bert il coraggio di approcciarla in quel modo; lei è quel rarissimo tipo di ragazza che sembra piccola accanto a lui. Il suo cosiddetto corteggiamento di Hillary è stato un'enorme fonte di divertimento in questi momenti bui. Che lei abbia accettato di uscirci assieme è l'evento più simile a un miracolo a cui io abbia mai assistito, e da qui il debito. Mi prendo tutto il merito di questa situazione. Lui ha chiesto di essere presentato a una ragazza e io ho dato avvio a una catena di eventi che è terminata con Bert che ha ottenuto la donna dei suoi sogni: questione di causa e (accidentale) effetto.
«Sono qui solo a prendere del cibo,» dico subito, per trattenere Bert dal lanciarsi nel suo discorso cospiratorio.
«D'accordo, ma prima o poi ne dovremo davvero parlare,» commenta Hillary con un piccolo broncio. «L'idea che alcune persone davvero tradizionaliste uccidano degli scienziati perché non vogliono il progresso è molto interessante.»
Ora ha la mia attenzione. Intende dire che o i Tradizionalisti della comunità delle Guide, o i Puristi di quella dei Lettori abbiano qualcosa a che fare con la teoria cospiratoria di Bert sui Luddisti che uccidono scienziati? No, non può essere. È molto più plausibile che abbia subito un po' troppo lavaggio del cervello da parte di Bert. Sì, quello spiegherebbe molto.
In ogni caso, le rispondo: «Sembra qualcosa di cui dovremo parlare, in effetti. Ma ora non è il momento migliore.»
«In tal caso,» Bert sogghigna, «immagino che tu sia anche troppo occupato per sentire i progressi che ho fatto con la chiavetta USB che mi hai dato.»
Bastardo. Questo è un ricatto in piena regola. «Credo di poter trovare un po' di tempo nel mio impegnatissimo programma per ascoltare le novità riguardo a quello ,» gli rispondo, facendo cenno al barista, che mi ignora in favore di una bionda sexy.
«Bene, questo ci riporta allo stesso argomento,» dice lui in tono trionfante, «perché i primi tre nomi nella lista che mi hai dato appartengono a degli scienziati prominenti.»
Oh merda. Sembra che queste due cose possano davvero essere collegate. Il che complicherà la storia, o più precisamente, la mancanza di spiegazioni che gli ho fornito riguardo alla chiavetta. Non posso certo dirgli che Jacob, un Lettore Purista, voleva che la mafia russa uccidesse queste persone, no? È una domanda seria. L'unica persona che mi ha fatto il discorsetto del 'non rivelare di noi alla gente normale' è stato Jacob, non qualcuno di cui fidarsi dopo la morte.
Per un momento, Hillary adotta l'aria di chi si sta concentrando.
Bert sembra confuso prima di dire: «Ne parleremo più tardi. Ciò che volevo chiederti davvero era se tu e Mira voleste andare a un doppio appuntamento questa sera. C'è questo posto di cibo vegano crudista che Hillary ha trovato su Yelp.»
D'accordo, questo è strano. Sono convinto che Hillary l'abbia appena Guidato, anche se, in questo contesto, direi che è più accurato dire che lo ha Manipolato, e lo ha fatto per cambiare argomento. L'ironia in tutto ciò è che, a sua insaputa, Bert si trovi in mezzo alla più grande teoria cospiratoria di sempre. Il suo nuovo interesse amoroso può letteralmente fargli fare tutto ciò che vuole. È vivere la cospirazione di 'la mia ragazza può controllare la mia mente', in un modo che nemmeno un cappellino di alluminio può prevenire. Hillary non è nemmeno stata discreta, al riguardo. Bert che chiede di andare in un ristorante vegano? Ho avuto difficoltà a convincerlo a provare il sushi, e quello è appetitoso pesce crudo. È un tipo da carne con patate nel cuore. O magari Hillary ha incluso quel piccolo tocco per rendermi palese il fatto che l'abbia Guidato? La sua volontà di Guidarlo rende ancora più strano che non l'abbia bloccato dal fare il nerd fino a pochi istanti fa. Se non fossi Inerte, ovvero incapace di entrare nella Quiete, dopo che lì sono morto, probabilmente lo avrei fatto. Questo mi convince che, a dispetto di ogni logica, le piaccia davvero sentirlo parlare di teorie cospiratorie.
«Sì, certo, glielo proporrò,» rispondo, chiedendomi cosa Mira penserà di quest'idea di cibo vegano. Anche se con Hillary va sorprendentemente d'accordo, tutto considerato, il cibo vegano potrebbe essere un problema, per lei. Mira è decisamente una carnivora. Se fosse un animale, sarebbe una pantera, al contrario di Hillary, che sarebbe un criceto.
Quando alla fine riesco a ottenere l'attenzione del barista, faccio la mia ordinazione.
«Per favore, torni tra quindici minuti, signore,» mi dice lui.
«D'accordo, ragazzi. Mira mi aspetta in acqua,» commento. «Sarò di ritorno tra qualche minuto per prendere il cibo.»
Comincio a incamminarmi verso l'oceano, impaziente per una nuotata. Per la millesima volta, cerco di effettuare la transizione nella Quiete. Uso come catalisi la paura di fallire, solo che mi scontro con il solito muro mentale.
A metà strada verso l'acqua, noto qualcosa di strano: un uomo imponente, che indossa dei vestiti di taglio militare, su una spiaggia. Sorpreso, lo guardo con più attenzione... e il cuore comincia a galopparmi nel petto.
Riconosco quell'uomo.
È Caleb, che chiaramente mi sta cercando. Non appena i suoi occhi si puntano sui miei, il suo sguardo si fa più tagliente e comincia a camminare verso di me.
In una scia verde, percorre la distanza che ci separa.
In preda al panico, mi giro, deciso a scappare via, ma lui è già accanto a me. Prima che io possa fare un passo, sento la gelida canna della sua pistola premuta contro le costole nude.
«Adesso ci facciamo un giro, ragazzino,» mi dice in tono brusco. «Non emettere un suono.»
«Cosa sta succedendo?» Cerco di tenere la voce tranquilla, a dispetto della paura che mi sta invadendo le vene. «Sono nel bel mezzo di qualcosa.»
«Taci e continua a camminare,» mi risponde, guidandomi lontano dall'oceano.
Camminiamo in silenzio lungo la striscia di spiaggia che appartiene al nostro hotel e usciamo in strada, dirigendoci verso la Collins Avenue . I piedi scalzi mi fanno male per il contatto con l'asfalto caldo, ma sono troppo preoccupato per la mia situazione per soffermarmi sul dolore.
Dopo un paio di minuti, raggiungiamo una Honda rossa, che è parcheggiata accanto al marciapiede. «Entra.» Caleb mi spinge la pistola contro il fianco.
«Lascia almeno che prenda dei vestiti,» gli dico, rendendomi conto che sto per allontanarmi in macchina coperto solo da un costume da bagno.
Invece di rispondermi, Caleb tira fuori una siringa e, prima che io abbia la possibilità di urlare, me la pianta nell'avambraccio.
«Fai sul serio, cazzo?» riesco a dire, le parole biascicate, e poi perdo i sensi.
Capitolo Due

Sono consapevole di muovermi. Sono in una macchina, e sta andando veloce. È tutto ciò che riesco a percepire. Per qualche motivo non riesco a vedere e non sono sicuro di come io sia arrivato qui – ovunque sia questo 'qui'. Mi sto anche congelando. Poi, poco a poco, mi torna in mente.
Caleb mi ha drogato. Questa è la sua macchina. Dove mi sta portando? Che diavolo sta succedendo?
Sto straripando di adrenalina, a questo punto, e anche se so che è futile, cerco di effettuare la transizione nella Quiete.
Quando succede, sono così sorpreso che non riesco a credere sia reale. Ma deve esserlo. Sono sul sedile posteriore. La macchina non si sta più muovendo. Il ruggito del motore è scomparso e non ho più freddo. Un Caleb congelato è seduto al posto dell'autista e, accanto a lui, vedo un sacco nero che copre la testa al me stesso congelato. Quello spiega per quale motivo non potessi vedere. Trovo interessante il fatto che il sacchetto non mi abbia seguito nella Quiete. Di solito i vestiti lo fanno, ma immagino che chiunque decida 'cosa portare' nella Quiete abbia stabilito che il sacchetto non facesse parte dei miei vestiti. Ottima scelta, e un altro piccolo indizio che supporta la teoria di Eugene, sul fatto che tutta questa faccenda della Quiete succeda davvero nelle nostre teste.
Quindi, dopo tutto il tempo che ho trascorso preoccupandomi al riguardo, sono finalmente tornato nella Quiete. E, tuttavia, non posso godermela. Non senza sapere in cosa diavolo mi stia cacciando Caleb.
Apro la portiera e scendo dalla macchina. Non ho più freddo, anche se mi piacerebbe indossare qualcosa di più di un costume. Guardo nel bagagliaio. A Brooklyn, l'Hummer di Caleb aveva ogni tipo di pistola e coltello lì dietro, mentre questa macchina, che immagino sia a noleggio, non ha proprio nulla. Deluso, mi guardo attorno.
Siamo nel bel mezzo di una statale che si inoltra in quella che sembra una foresta. Un fitto schermo di alberi si allarga per miglia e miglia su entrambi i lati della strada. Non c'è modo per capire dove mi trovi. Di certo non sembra Miami.
Cerco di inoltrarmi nella foresta, ma dopo alcuni graffi e delle schegge, decido che camminare attraverso quell'ostile territorio boscoso è un'idea stupida, soprattutto per scoprire dove Caleb mi sta portando. Seguire la strada a ritroso si dimostra insensato allo stesso modo. Malgrado cammini per miglia e miglia, non trovo alcun segno della nostra attuale ubicazione.
Tornando alla macchina, cerco di esplorare la parte frontale. Tolgo il me stesso congelato dal sedile, lasciando che il corpo con la testa coperta da quel sacco nero ricada senza cerimonie a terra, e guardo nel vano portaoggetti.
Finalmente trovo qualcosa di utile.
Fedele a se stesso, oltre a qualunque tipo di arma che probabilmente ha addosso, Caleb ci ha riposto una pistola.
La prendo e la uso per aprire il suo gilè. Non voglio toccarlo; l'ultima cosa che voglio è averlo nella Quiete con me. Avevo ragione, però. Ha una pistola e quell'enorme coltello che ama portare con sé è allacciato all'interno del gilè.
Okay. E adesso?
Decido di tornare e fare finta di essere incosciente. Ora che non sono più Inerte, posso effettuare la transizione di tanto in tanto per guardarmi attorno. Magari tra un altro paio di miglia posso scoprire dove stiamo andando.
Tocco il me stesso congelato ed esco dalla Quiete.
Il rumore torna all'istante, assieme al freddo dell'aria condizionata. Ma, più importante, provo di nuovo la nausea, o per la guida di Caleb, o per gli effetti della droga che ha usato per farmi perdere i sensi. O magari per un misto di entrambi. L'ultima cosa che voglio è vomitare, soprattutto con un sacco sulla testa, così utilizzo un trucchetto che uso da quando ero bambino e respiro a fondo. Dentro. Fuori. Dentro. Fuori.
La nausea poco a poco diminuisce.
All'improvviso, la macchina si ferma con uno stridio di freni, rovinando tutti i miei sforzi. Quasi mi ritrovo a vomitare.
In un flash accecante, mi viene tolto il sacco dalla testa. Tengo gli occhi chiusi, fingendo di essere incosciente. Spero che Caleb spenga il motore, ora che ci siamo fermati, perché il freddo dell'aria condizionata mi fa rabbrividire, la chiarissima prova del fatto che sia cosciente.
Poi il mondo diventa silenzioso in modo sinistro. Caleb mi ha attirato nella Quiete. Tengo comunque gli occhi chiusi.
«Smettila con questa stronzata, ragazzino. Sto che stai fingendo,» mi dice Caleb. «Ti ho attirato qui dentro, quindi vuol dire che se anche eri incosciente prima, ora sei cosciente. Dimostra anche che non sei più Inerte. Allora, perché non ci facciamo una chiacchierata?»
Merda.
Ha ragione. Il processo di attirare qualcuno nella Quiete lo sveglia; è ciò che è successo con Mira, quella volta che l'ho distolta dal suo sonno di bellezza e mi sono ritrovato con una pistola puntata alla testa. Prima che possa soffermarmi ancora su quel piacevole ricordo, delle mani forti mi afferrano per i capelli e per il costume. In una mossa rapida, mi ritrovo a volare fuori dalla macchina, graffiandomi i gomiti, e atterro in un'esplosione di dolore.
«Cazzo, Caleb.» Tossendo, cerco di alzarmi sulle ginocchia. «Che diavolo stai facendo?»
«Ah, quindi sei cosciente,» mi dice, e mi dà un calcio alle costole.
L'aria mi fuoriesce dai polmoni di scatto, e mi sforzo di riprendere fiato.
Mi colpisce con un altro calcio. E un altro.
Annaspo alla ricerca di ossigeno, quasi vomitando per il dolore, quando alla fine si allontana. Mi chiedo se stia prendendo una pistola per finire il lavoro. Almeno questa volta so che sopravvivrò all'essere ucciso nella Quiete, anche se sarò di nuovo Inerte per chissà quanto tempo. Con tutta la forza che mi resta, comincio a strisciare via, anche se le mie costole fratturate urlano in protesta.
All'improvviso, sono di nuovo in macchina nel tempo reale, con il ruggito del motore e il freddo dell'aria condizionata che mi avvolgono. Sono beatamente privo di dolore, ma poi tutto si fa di nuovo silenzioso.
Guardo Caleb, che adesso è sul sedile posteriore con me. Che diavolo sta facendo? Mi ha tolto dalla Quiete solo per farmici tornare?
«Vai. Fuori,» mi dice, attraverso i denti serrati.
Con una brutta sensazione, mi rendo conto di non averlo mai visto furioso, prima. Non fino a ora, se furioso è ciò che è.
Con il cuore che mi martella nel petto, mi inerpico fuori dalla macchina. Scende anche lui e si toglie il gilè con le armi, lasciandolo cadere a terra.
Sembra che voglia combattere.
Ignorando quella situazione senza speranza, mi concentro, preparandomi.
La mia mano destra si muove per bloccare il suo primo pugno prima che il mio cervello glielo dica davvero. Poi con la sinistra cerco di colpirlo alla mascella. Caleb riesce a bloccare il mio gancio e, il momento successivo, vedo delle stelle.
Il mio naso è l'epicentro di un dolore indicibile. Sento un liquido caldo che mi scorre sul mento e, quando cerco di inspirare, qualcosa impedisce all'aria di entrare. Il mio naso dev'essersi rotto. Mentre quella consapevolezza mi raggiunge, blocco un pugno al plesso solare.
Poi Caleb effettua una mossa che posso solo descrivere come un placcaggio di football. Corre contro di me e, siccome non me lo aspetto, perdo l'equilibrio, cadendo a terra.
Mi dà un calcio alla testa. Il crack che accompagna l'impatto risuona come se si fosse spaccato l'intero universo. Dev'essere una frattura al cranio , penso lontanamente, mentre una dolorosa luce bianca mi riempie il campo visivo.
Caleb sembra fare una pausa, e la mia coscienza comincia a spegnersi.
Sono di nuovo nella macchina gelida. Il dolore è sparito, ma la mia confusione è moltiplicata di un centinaio di volte. Che diavolo...?
E poi sono di nuovo attirato nella Quiete.
«Vuoi continuare a giocare, o sei pronto a parlare?» mi chiede Caleb, dopo che sono uscito dalla macchina, con le gambe tremanti.
È per questo che lo sta facendo? Un qualche tipo di tortura creativa di sua invenzione? Pestarmi a sangue nella Quiete, cancellare le ferite quando ne esce e poi attirarci di nuovo il me illeso, picchiarmi, e ricominciare tutto da capo?
«Che cazzo vuoi?» dico, con più coraggio di quello che mi sento.
«Puoi cominciare a spiegarmi come sia possibile che Jacob sia stato ucciso dalla pistola che ti ho dato,» mi dice, e allora so di essere davvero nella merda più profonda.
«Jacob è stato ucciso?» chiedo, facendo del mio meglio per suonare sorpreso, il che è semplice, perché in effetti sono sorpreso – sorpreso che Caleb abbia scoperto della pistola. Thomas, il mio nuovo amico e l'unica altra Guida adottata che conosco, era così convinto che fossimo puliti. Ma mi ero dimenticato che la pistola che ho usato me l'avesse data Caleb in persona. Deve aver avuto accesso alle perizie balistiche del caso dell'omicidio di Jacob e si dev'essere così reso conto che era stato il suo revolver a ucciderlo.
«Lo sai benissimo.» Caleb incrocia le braccia al petto. «Vuoi davvero che riprenda il mio gioco?»
Penso rapidamente, sapendo fin troppo bene che un ritardo nel rispondere verrà interpretato come la prova che stia mentendo. Se gli rivelerò tutto, compreso il fatto di essere un ibrido, probabilmente mi ucciderà sul posto, come nel ricordo che ho sperimentato quando ha ucciso un Manipolatore bombarolo. Se gli dessi una mezza verità – sì, ho ucciso Jacob, ma era il cattivo responsabile per aver ucciso i genitori di Mira e Eugene – potrebbe credere alla sua colpevolezza o, di nuovo, potrebbe uccidermi per aver assassinato il suo capo. Questo mi lascia con la risposta più debole di tutte, ma vado comunque avanti, sentendomi come se avessi tante opzioni quanto una persona Manipolata.
«Aspetta,» gli dico. «Non so davvero nulla riguardo al fatto che Jacob sia stato ucciso.»
Caleb fa un passo minaccioso verso di me.
Comincio a parlare più rapidamente. «Ascolta. Mi hanno sparato dopo che mi hai lasciato a casa di Mira. Puoi controllare i registri dell'ospedale. Quando ero lì, qualcuno mi ha preso la pistola.»
In qualche modo è plausibile e, considerando le circostanze, non la cosa peggiore che avrei potuto inventarmi. Sfortunatamente, Caleb non degna quella rapida pensata nemmeno di una critica. Invece mi raggiunge e mi tira il primo pugno, che riesco a bloccare con la mano sinistra. Nello stesso momento, il mio gomito destro impatta contro la sua mandibola.
Lui solleva un sopracciglio in preda alla sorpresa e contrattacca – con qualcosa che, sono sicuro, sembra solo una scia sfocata di movimenti – e poi il dolore mi esplode nel petto. Come prima, cado a terra e lì mi prende ripetutamente a calci. Quel pestaggio fa un male del diavolo. E, proprio come prima, quando ormai sono vivo a stento, ci fa uscire dalla Quiete.
Ho freddo, e questa volta non è solo per l'aria condizionata. L'adrenalina mi sta facendo entrare in uno stato di attacco o fuga. Ho il terrore di un altro pestaggio, non penso di poterlo sopportare. Ma non mi attira di nuovo nella Quiete. Invece, mi rimette quel dannato sacco sulla testa.
«Loro scopriranno comunque ciò che è successo,» mi dice Caleb.
Prima che io possa chiedergli che diavolo intende o chi siano 'loro', sento la puntura di ciò che presumo sia un ago, e quel nulla familiare si diffonde nel mio cervello, mentre perdo i sensi.
Capitolo Tre

Mi sveglia uno schiaffo in faccia.
È il modo meno divertente di svegliarsi, seguito a breve distanza da una sveglia penetrante e dell'acqua fredda.
Prima di tornare davvero del tutto cosciente, effettuo la transizione nella Quiete.
Nella Quiete, divento molto più sveglio, soprattutto quando mi guardo attorno.
Caleb e io non siamo più da soli.
C'è un uomo più vecchio che sta guardando il me stesso congelato attraverso il finestrino della macchina. Sembra avere sessant'anni, forse anche settanta. Non riesco a dirlo con certezza perché sono terribile a giudicare l'età di qualcuno con più di quarant'anni. Esco dalla macchina per dare un'occhiata più da vicino.
Lui appare del tutto fuori posto, qui, nel mezzo della strada, anche se questo tizio potrebbe sembrare fuori posto più o meno dovunque, con la vestaglia simile a una toga bianca che sta indossando – ovunque tranne che nell'antica Grecia. Sì, quello strano modo di vestire me lo fa sembrare come immagino apparisse Socrate, tranne per la barba, visto che quest'uomo è rasato di fresco.
È arrivato qui camminando? In tal caso, da dove, considerando che siamo nel bel mezzo del nulla? Cosa più importante, perché è venuto qui? Il suo vestito mi fa sorgere solo strane teorie. Non erano amanti dei giovani uomini, nell'antica Grecia? Faccio una risatina nervosa, mentre mi immagino Caleb che chiama al cellulare questo tizio e dice: «Ehi, Nonnino. Sto portando un ventunenne quasi nudo nei boschi per te. Ti mando le mie coordinate GPS. Il ragazzo è ancora incosciente per la droga che gli ho dato, quindi sbrigati. È il momento delle molestie.»
Decido che l'unico modo in cui otterrò delle risposte è se esco dalla Quiete e lascio che la situazione si svolga come può.
Tocco il me stesso congelato sulla fronte, attento a non toccare la mano di Caleb, che si sta facendo strada nell'aria, ritraendosi dopo avermi schiaffeggiato.
Il suono e il bruciore dello schiaffo tornano subito a farsi sentire. Riapro gli occhi, ma prima che io possa dire qualcosa, tutto diventa di nuovo silenzioso e il dolore scompare.
Mi ritrovo sul sedile posteriore dell'Honda di Caleb, attirato ancora una volta nella Quiete. Noto che quello strano tipo anziano ora si è duplicato, e la versione mobile sta rimuovendo la sua mano dal collo del me stesso congelato, cosa che mi fa capire di trovarmi nella sua Quiete, al momento, e non in quella di Caleb. Quindi questo tipo è uno di noi, probabilmente un qualche genere di Lettore, considerando la presenza di Caleb. Noto anche che Caleb è seduto accanto a me sul sedile posteriore. Dev'essere stato attirato in questa Quiete prima di me. Sta tenendo con aria minacciosa un altro sacco nero.
«Non muoverti,» dice il tipo vecchio, con voce roca. La mia derisoria osservazione che avrebbe spiegato in modo dettagliato cosa Caleb e il Nonnino potevano farsi l'un l'altro viene interrotta quando il primo mi mette quel maledetto sacco nero sulla testa e mi preme una pistola contro le costole.
«Esci dall'auto e seguimi,» mi istruisce il vecchio.
«Non posso vederti,» ribatto. «Come faccio a seguirti?»
«Ecco, afferra questa corda,» mi dice Caleb. «E se provi a fare qualcosa, farò sembrare la nostra conversazione di prima un piacevole riscaldamento.»
«Dove mi state portando?» chiedo, a nessuno in particolare. «Che cazzo sta succedendo?»
«Te lo spiegherò quando ci arriveremo,» mi risponde lo sconosciuto, in un tono che implica che la conversazione è finita. Suona come qualcuno che è abituato a dare ordini.
I miei tentativi di cominciare una conversazione per ottenere delle informazioni vengono ignorati, mentre camminiamo. Questa è probabilmente la camminata più spaventosa della mia vita, tra l'altro, e anche la più spiacevole. Camminiamo lungo strade di pietrisco, erba, un'area boscosa e asfalto caldo, giusto per menzionare alcune di quelle orride superfici, nessuna delle quali è esattamente amichevole nei confronti dei miei piedi scalzi.
Dopo quello che sembra un giorno o più di camminata, ci fermiamo.
«Togligli quella brutta cosa dalla testa,» dice l'uomo più vecchio.
Caleb afferra il sacco nero e me lo toglie in un movimento brusco.
«Mi hai quasi spezzato il collo,» mi lamento, sentendo gli effetti di qualcosa di simile al colpo di frusta, ma nessuno si degna di rispondere.
La luce intensa mi ferisce gli occhi, ma solo per un secondo. Il tempo di recupero è molto più rapido nella Quiete che nel tempo reale. I miei piedi stanno già guarendo. È strano. Non sono mai rimasto tanto a lungo nella Quiete da riprendermi da una ferita, non quando uscirne è così facile. Sono stato un derelitto nella mia stessa scienza, a quanto pare. Questa è un'informazione utile e aggiunge più credibilità alla teoria di Eugene, secondo cui solo le nostre coscienze entrano nella Quiete e che quei corpi non sono davvero reali, ma manifestazioni della nostra mente. O una cosa del genere.
Di nuovo esamino quel vecchio. I suoi occhi azzurri mi stanno squadrando da capo a piedi con fredda curiosità. Per qualcuno della sua età, è in buona forma e i suoi capelli bianchi, tirati all'indietro, ci sono ancora quasi tutti, cosa rara, immagino. Forse è nella parte bassa della mia stima sulla sua età? A parte quello, mi sento comunque giustificato nel chiamarlo mentalmente Nonnino, per il momento.
Guardo dietro di lui. Siamo vicino a una pianura erbosa, la foresta che abbiamo attraversato visibile in lontananza. È un panorama molto scenografico, certo, ma ciò che attira la mia attenzione è l'enorme tempio proprio dietro a Caleb e Nonnino.
È intricato e sembra del tutto fuori posto qui, nel bel mezzo degli Stati Uniti. L'architettura è chiaramente ispirata all'Asia. Non sono un esperto al riguardo, quindi non posso dire se lo stile sia tibetano, cinese o giapponese, ma posso affermare con certezza che non è americano. La paura comincia a formarmisi nella parte più profonda della mente. Può essere che Caleb mi abbia tenuto privo di sensi tanto a lungo da portarmi fino in Asia? Ma non ha senso. Come potrebbe far salire su un aereo un passeggero comatoso? Non è possibile. Abbiamo guidato fino a qui, quindi dobbiamo essere da qualche parte nel Nord America.
«Dov'è questo posto?» chiedo, cercando di non suonare troppo impressionato. «Dove siamo?»
«È la nostra casa,» mi risponde Nonnino. «Seguimi. Ti darò dei vestiti.»
Entriamo attraverso gli ampi portoni dorati, con Caleb che ci segue a breve distanza. Sembra che il tema della giornata sia una bellezza mozzafiato. E non sono solo le foglie dei ciliegi in fiore che sono congelate a mezz'aria, o lo splendido panorama. È tutto. Un profondo senso di pace è intessuto in ogni piccola pagoda sistemata strategicamente, nella stessa essenza degli enormi giardini rocciosi. Se non fossi convinto di trovarmi nel guaio più pericoloso della mia vita, probabilmente mi rilasserei e mi godrei ogni cosa. Per com'è la situazione, il panorama e la pace di questa Quiete mi rallentano il battito cardiaco – appena.
Non sono sorpreso di vedere delle persone simili a monaci, quando entriamo nel Tempio. Hanno teste rasate e indossano tonache arancioni. Magari sono buddisti? Tutto indica una cosa simile, anche se non ricordo di aver visto quelle iconiche statue paffute, con sorrisi sereni e grandi lobi delle orecchie. Secondo la mia mamma Lucy, quel tipo grasso non è nemmeno il Buddha originale dell'India, ma una versione cinese che è giunta molto più tardi.
Saliamo per una rampa intricata di scale verso ciò che sembra un qualche tipo di accampamento.
«Ecco, mettiti questi,» dice Nonnino, passandomi una tonaca e dei semplici sandali che rispecchiano quelli dei monaci.
Indosso la tonaca, sentendomi stupido con l'aspetto che mi danno.
«Ora che sei più presentabile, ci sono delle persone che voglio farti incontrare,» mi dice Nonnino, e senza cerimonie esce dalla stanza, impedendomi di porgli delle domande.
Irritato, lo seguo, chiedendomi se avrebbe ordinato a Caleb di trascinarmi fuori, nel caso avessi deciso di non collaborare. Immagino che la risposta sia sì.
Entriamo tutti e tre in un ampio anfiteatro, localizzato sull'ultimo piano. Attorno al perimetro di quell'enorme stanza rotonda, c'è un grande cerchio di monaci vestiti di arancione, tutti congelati nella posa del loto. Le loro facce sono serene e inespressive. File e file di candele e incenso li circondano. Il fuoco e il fumo immobili sembrano il risultato di una fotografia tridimensionale ad alta velocità. Al centro della stanza, circondate dai monaci, ci sono più di una dozzina di figure sedute in circolo, a mezzo metro di distanza le une dalle altre. Le loro tonache bianche sono uguali a quella di Nonnino e, come lui, sembrano tutti più vecchi. Vedo capelli candidi su tutti tranne che su una manciata di uomini, e quei pochi sono calvi. Quando ci avviciniamo, noto una persona con i capelli grigi e vestita di arancione che è seduta al centro esatto di quella strana sistemazione. C'è molto spazio tra lui e il cerchio di gente vestita di bianco, come se ci dovesse essere un altro cerchio di persone nel mezzo.
Facendosi strada attraverso la gente seduta in meditazione, Nonnino si avvicina al cerchio bianco e tocca una donna anziana sulla nuca. In un attimo, una versione viva della donna si mette a guardarlo con attenzione.
«Dovresti dargli un'occhiata,» dice Nonnino, facendo un gesto verso di me. «Ora ho pochissimi dubbi.»
La donna mi squadra da capo a piedi, gli occhi che si posano sul mio viso. Il suo, rotondo, sembra sorridere senza farlo esternamente, come la Monna Lisa.
«Ciao, Darren,» mi dice. «È un piacere incontrarti, finalmente.»
Conosce il mio nome. È un buon segno, o uno cattivo? Probabilmente cattivo.
«Ciao,» le dico, a disagio. «Chi sei?»
«Mi chiamo Rose,» mi risponde, rivelando un sorriso genuino.
«Piacere di conoscerti, Rose.» Cerco di mantenere un tono educato. «Puoi dirmi, per favore, dove mi trovo?»
«Paul non te l'ha ancora spiegato?» mi chiede, guardando Nonnino.
«Non c'è stato tempo,» risponde lui. «Abbiamo dovuto assicurarci che tutto andasse secondo il piano.»
«Certo,» dice Rose, pronunciando la parola in un suono calmante. Colgo un accenno di occhi fatti roteare. «Glielo diciamo ora, o attiriamo qui Edward e Marsha?»
«Scegli tu,» risponde Paul, il viso inespressivo. Se ha notato la sua reazione, lo sta nascondendo bene.
«D'accordo, Darren, lascia che cominci dicendoti chi siamo,» mi dice Rose, girandosi verso di me. «Puoi avere sentito qualcuno chiamarci Illuminati, anche se penso personalmente che questo termine sia un po' snob.»
Gli Illuminati? Posso a stento credere alle mie orecchie. Sta affermando che sono quei Lettori leggendari che, secondo Eugene, possono rimanere nella Quiete per tempi record, come me. Lancio uno sguardo a Caleb per cercare conferma, ma non mi sta dando alcuna attenzione. Invece è intento a guardare la donna più vecchia, con un'espressione di profondo rispetto.
D'accordo, allora.
Faccio un respiro profondo. «Ho sentito menzionare quel termine,» dico alla donna. «Ma non sono sicuro di cosa significhi davvero.»
«Non lo sono nemmeno io,» mi risponde lei, ridacchiando. «È il modo in cui ci chiamano i Lettori.»
«D'accordo.» Decido di lasciar perdere quella linea di interrogatorio, per il momento. «Mi puoi dire dov'è questo posto e, cosa più importante, perché mi trovo qui?»
«A suo tempo,» interviene Paul. «Prima devi dirci alcune cose.»
«Certo,» dico, con cautela. «Ad esempio?»
«Di' loro perché mi hai chiesto di Mark Robinson,» si intromette Caleb.
Paul annuisce. «Quello sarebbe un buon inizio.»
Sono così fregato. Se dico loro la verità, scopriranno le mie origini miste, ma non ho idea di quale bugia possa ideare per spiegare come mai abbia chiesto di Mark, un Lettore ormai morto da tempo.
«Jacob lo ha menzionato quando ci siamo parlati, il giorno in cui mi hanno sparato,» dico, decidendo di cominciare dalla verità. «Ovviamente ero curioso.»
Alla menzione del nome di Jacob, Caleb si incupisce e mi rendo conto che non è stata la risposta più strategica, da parte mia.
«Sai più di questo,» commenta Paul in tono calmo. Non mi sta tanto accusando di mentire, quanto semplicemente affermando un fatto.
«Potrei,» gli concedo. «Ma perché non mi dite qualcosa voi, prima? Do ut des.»
«Ha paura,» dice Rose, il viso gentile che diventa serio. «Perché ha paura?»
Questo cambio nella conversazione è del tutto inaspettato. Rose sembra che mi stia quasi difendendo. È un qualche strano gioco in stile poliziotto cattivo (Nonnino)/poliziotto buono (Rose, la piacevole signora anziana)?
«Perché mi guardi come se fosse colpa mia? Perché non lo chiedi a questo babbeo?» dice Paul, sulla difensiva, indicando Caleb.
«Giovanotto,» dice Rose, la sua totale attenzione puntata su Caleb. «Cosa gli hai detto?»
«Nulla,» risponde lui, e la sua voce assume una sfumatura che non ho mai sentito da lui, prima. Se fosse stato qualcun altro, avrei giurato che suonasse deferente. «Gli ho solo posto un paio di domande importanti sugli affari con Jacob.»
Rabbrividisco, ricordando il modo in cui mi ha chiesto quel 'paio di domande importanti'.
«Ti erano state date esplicite istruzioni di portarlo qui illeso,» dice Paul, dopo che probabilmente ha notato la mia reazione. I suoi occhi si stringono mentre fissa Caleb. «Quale parte delle istruzioni è stata lasciata aperta per una tua interpretazione?»
«È ferito?» ribatte Caleb, e ora è lui a suonare sulla difensiva.
«Darren,» dice Rose, in un tono fin troppo rassicurante, di quel tipo che una madre assume con un bambino che fa i capricci. «Qualunque cosa sia successa con Jacob non ti metterà nei guai. Ciò che Caleb deve averti detto era solo perché era furioso che la sua missione fosse andata storta.»
Caleb emette un grugnito arrabbiato, ma non dice nulla.
«Che missione?» chiedo, sospettoso.
«Jacob era parte di un gruppo di Lettori, chiamati Puristi. I Puristi sono parte di un altro gruppo, più grande, chiamato l'Ortodossia,» mi spiega con pazienza. «Caleb ha lavorato per noi per entrare nell'Ortodossia, e Jacob era una pista importante.»
«Cos'è l'Ortodossia?» chiedo, con la testa che mi gira. Caleb era un agente sotto copertura di qualche tipo? In effetti, ora che ci penso, non ho bisogno di troppa immaginazione per figurarmelo in quel ruolo. Di certo è esperto nel combattimento.
«È complicato,» dice Rose. «Crediamo che ci sia un'alleanza tra i Puristi e le loro controparti tradizionaliste tra i Manipolatori.»
«C'è un'intera organizzazione di queste persone? Non erano solo Jacob e un Manipolatore?» sputo fuori, prima di potermi fermare, e mi rendo conto che potrei aver appena ammesso di sapere troppo.
«Quindi Jacob aveva un alleato Manipolatore?» chiede Caleb, il viso che riesce a incupirsi ancora di più.
«Sì,» rispondo. A questo punto, mentire probabilmente non mi aiuterebbe più. «In effetti, è lui che stavo cercando davvero, quando sono successe tutte queste cose con Jacob.»
«Raccontaci tutto,» mi dice Caleb.
«Giovanotto,» si intromette Paul, rivolto a lui. «Ricorda il tuo posto.»
«Scopriremo cos'è successo quando effettueremo l'Unione,» dice Rose con gentilezza. «Per ora, vogliamo solo assicurarci che tu, Darren, sei chi pensiamo che tu sia.»
«Aspettate, io voglio scoprire cos'è l'Ortodossia,» ribatto, mantenendo l'argomento originale. Non voglio essere al centro del loro interesse. Non voglio confermare i loro sospetti su chi pensano che io sia, soprattutto se quei sospetti includono anche il fatto che io sia in parte una Guida. È già tanto che in apparenza non siano arrabbiati con me perché ho fatto fuori Jacob. Almeno, gli Illuminati non lo sono, Caleb, invece, lo è fin troppo chiaramente.
«Non so molto di loro. Sono scrupolosamente riservati. Persone come lui,» fa un cenno della testa verso Caleb, «stanno cercando di svelare più informazioni riguardo a questa setta. Da ciò che siamo venuti a sapere, sono responsabili di molte azioni che non approviamo.»
«Che genere di azioni?» chiedo, guardandola con attenzione.
«Sono troppo numerose da elencare,» mi risponde, accigliandosi, «ma il loro errore più grande è desiderare di liberarsi di noi . Vogliono tornare ai giorni in cui i Lettori della nostra portata non esistevano. Il nostro potere li spaventa. Le nostre pratiche li spaventano. Qualunque cosa sia nuovo li spaventa, il che è il motivo per cui hanno ostacolato consapevolmente ogni tipo di progresso dell'umanità. Vogliono assicurarsi che il mondo rimanga entro certi parametri in cui si sentono a loro agio. Sospettiamo che siano dietro alla maggior parte dei gruppi fondamentalisti che si trovano nel mondo, che siano estremisti islamici, o...»
«Basta così,» dice Paul. «Mi dispiace interromperti, Rose, ma possiamo parlarne in un altro momento. Darren, andiamo subito al punto. Mark era tuo padre?»
Li fisso. Rose mi rivolge uno sguardo implorante, Caleb alza appena un sopracciglio, ma per il resto la sua espressione resta impassibile, e Paul attende con aria d'aspettativa.
«Perché me lo chiedi?» domando, cercando un modo per schivare quell'argomento.
«Te lo chiediamo perché siamo quasi certi che tu sia suo figlio,» dice Rose. «Vogliamo saperlo senza il minimo dubbio, prima di procedere con la parte successiva del nostro piano.»
Sparo fuori domanda dopo domanda il più rapidamente possibile. «Che piano? Perché pensate che sia il figlio di quest'uomo? E perché importa?»
«Crediamo che tu sia il figlio di Mark perché ti abbiamo studiato prima di chiedere a Caleb di portarti qui. Quando ti abbiamo visto, abbiamo notato una somiglianza familiare. Questo, unito alle tue domande su di lui, ha fatto sembrare la probabilità molto consistente, ma considerando chi Mark ha sposato non pensavamo che fosse possibile,» spiega Rose.
«Sapete chi ha sposato?» Rivolgo a tutti uno sguardo sorpreso.
«Lo sappiamo,» dice Rose, guardando con cautela verso Caleb. «Non c'è motivo per approfondire quella questione al momento.»
«Esatto,» dice Paul. «Ma sto cominciando a capire la fonte della tua riluttanza su questo frangente.»
«Sì, ora la capisco anch'io.» Rose mi sorride. «Non hai nulla di cui preoccuparti, però. Non da noi due, questo è sicuro.»
«Oh?» commento, in modo evasivo. «E perché mai?»
«Perché, bambino, Mark era nostro figlio,» mi dice, facendo un gesto verso Paul. «Tu sei nostro nipote.»
Capitolo Quattro

Rose è mia nonna? Paul, il tizio che ho soprannominato Nonnino, è davvero mio nonno? È troppo da accettare. Da quando ho scoperto che Sara non era la mia madre biologica, sapevo che prima o poi mi sarei incrociato con una nuova parte della mia famiglia, ed è logico che la mia famiglia sarebbe stata nella comunità dei Lettori e delle Guide, ma saperlo e vederlo succedere sono due cose del tutto diverse. Sono più sorpreso del fatto che Paul e Rose siano i miei nonni di quanto lo sono stato quando ho scoperto che Hillary era mia zia.
Studiando i loro lineamenti più da vicino, noto la somiglianza: Paul ha il mio stesso colore degli occhi, e Rose ha il mio mento. O meglio, io ho i loro. Il mio cuore comincia a battere ancora più rapidamente. Odio il fatto che siamo nella Quiete, perché questo significa che non posso effettuare la transizione per riprendere fiato, come farei di solito in situazioni simili.
«Non appena ho visto le tue foto online, mi è venuto il sospetto che tu fossi mio nipote,» dice Rose, distogliendomi dal mio shock. «L'ho sperato. Sei identico a Mark quando aveva la tua età, e ancora di più a Paul.»
«Perché non me lo avete detto?» chiede Caleb, guardando Paul. A quanto pare, è una sorpresa anche per lui. «Sarebbe stato carino essere aggiornato.»
«Avevi bisogno di saperlo?» ribatte freddamente Paul.
«Immagino di no,» commenta Caleb, come sgonfiandosi. «Ma mi avrebbe aiutato. Pensavo...»
«Non importa,» dice Paul. «Rose, penso che dovresti portare dentro qualcuno degli altri.»
Devo dire che, al contrario di Rose, che mi sta sorridendo in modo raggiante, non colgo alcuna emozione di calore e affetto da parte di Nonnino. Neanche un po'. Magari è uno di quei vecchi signori scontrosi.
«Puoi andare,» dice Rose a Caleb. «Ma resta in questa Dimensione della Mente per ora.»
«Ricevuto,» dice Caleb, e si allontana. Se fosse possibile esprimere rabbia attraverso la camminata, lui starebbe facendo un ottimo lavoro. Sembra che abbia frainteso il loro motivo per avermi fatto portare qui, e mi chiedo quale sia la ragione vera e propria.
Rose e Paul raggiungono due altre figure vestite di bianco. Lei tocca sul capo un uomo calvo, mentre Paul raggiunge il collo di una donna robusta che è seduta alla parte opposta del cerchio.
Subito appaiono le versioni mobili delle due nuove persone. Sto ancora metabolizzando il fatto di avere dei nonni, nonni che sono parte degli Illuminati, per di più.
«Darren, questo è Edward, mio marito,» dice Rose, presentandomi l'uomo calvo.
«E questa è mia moglie, Marsha,» dice Paul.
Entrambi i nuovi arrivati mi guardano con vari livelli di interesse.
«Posso vederlo,» dice Edward, quello calvo.
La signora paffuta, Marsha, annuisce.
Quando quella presentazione mi raggiunge davvero, e anche se non è la cosa più strana che ho sentito quel giorno, non posso impedirmi di chiedere: «Aspettate, ma voi due non siete sposati?»
«No,» dice Rose, dando a suo marito una stretta rassicurante sul braccio. «Paul e io abbiamo avuto Mark perché era geneticamente vantaggioso, ma quando si è arrivati a scegliere i compagni di vita, ci siamo entrambi sposati per amore.»
Okay, quindi, fatto numero uno: ho dei nonni. Fatto numero due: sono scambisti. Le cose non fanno che migliorare.
«Rose e io siamo i più potenti della nostra specie,» dice Paul. Deve aver interpretato la mia espressione come incredulità sul riferimento al 'geneticamente vantaggioso', quando il mio stupore riguardava invece le loro vite sessuali.
«Sì,» si intromette Rose. «Ci siamo uniti di generazione in generazione in base alla nostra Profondità. I nostri antenati hanno cercato di...»
«Mi dispiace interromperti, cara,» dice Edward, «ma prima non dovremmo effettuare l'Unione? Prima di dirgli tutto?»
«È una splendida idea,» dice Paul. «Possiamo fidarci del tutto di lui solo dopo l'Unione.»
«Unione?» chiedo, recuperando lentamente la mia razionalità sparpagliata. «Come quando ho unito la mia mente con quella di Caleb, per leggere i pensieri di quel lottatore?»
«Qualcosa del genere, sì,» dice Rose, «ma su scala più grande.»
«Caleb ci ha fatto il resoconto della vostra esperienza,» dice Paul. «Ha notato i tuoi sensi di colpa riguardo la tua natura di Manipolatore senza comprendere del tutto la situazione. Visto che tu ovviamente puoi Leggere e via dicendo.»
«Lo ha notato? Ero così spaventato che potesse scoprire che sono un Manipolatore e che mi uccidesse, come quell'uomo nei suoi ricordi,» ammetto di colpo. «Non posso credere che abbia visto la mia paura più grande e non mi abbia fatto domande in proposito.»
«L'uomo che Caleb ha ucciso era uno dei Manipolatori alleati con l'Ortodossia,» spiega Paul. «Hai assistito a quegli avvenimenti senza un contesto. «L'esplosione che Caleb ha sventato avrebbe dovuto creare una spaccatura ancora più profonda tra i Lettori e i Manipolatori. È anche il motivo per cui abbiamo cominciato a sospettare che Jacob fosse in combutta con l'Ortodossia. Non era nella comunità, quando sarebbe dovuta avvenire l'esplosione.» La sua voce si indurisce. «Credimi, non ci mancherà.»
«Mi stai dicendo che i Lettori non uccidono i Manipolatori solo per ciò che sono?» Gli scocco uno sguardo dubbioso. «E i genocidi?»
«Quelli sono cose del passato. I Lettori moderni non uccidono i Manipolatori per ciò che sono nati. O meglio, le persone su cui abbiamo qualche influenza non lo fanno, non da quando abbiamo scoperto le cose buone che i Manipolatori hanno fatto nel mondo,» dice Rose.
«Buone?» Sbatto le palpebre. «Che genere di cose buone?»
«Beh, tanto per cominciare, durante la Guerra Fredda sappiamo che un Manipolatore potente ha impedito lo scoppio di una guerra nucleare,» dice Rose.
«Probabilmente più di una volta, cara,» corregge Edward.
«Wow.» Sono sorpreso che Hillary e gli altri non mi abbiano mai detto nulla di una simile impresa.
«Sì. Siamo affascinati dai nostri cugini Manipolatori da un po' di tempo, ormai, e ogni inimicizia tra noi è un diretto risultato degli sforzi dell'Ortodossia,» dice Rose, con un tocco di rimpianto. «Vogliono che le cose restino come nell'antichità, e le loro strategie finora stanno funzionando. In Russia, la nostra gente salta ancora alla gola l'una con l'altra.»
Annuisco, ripensando ad alcune delle cose che ho sentito da Eugene. «Ma qualcosa dell'Ortodossia non ha senso, per me,» dico dopo un attimo. «Se non vogliono che i Lettori e i Manipolatori siano amici, non stanno certo agendo in quel modo. Dopotutto, stanno collaborando assieme, come Jacob e quel Manipolatore che Caleb ha ucciso.»
«Sì, è un'ipocrisia del livello più alto,» dice Edward, sembrando disgustato. «Ma la loro collaborazione è l'unica possibilità che hanno per affrontarci. Sanno che, se ci alleassimo con i Manipolatori, tutto cambierebbe, e il cambiamento nel mondo è ciò che più temono.»
«Tieni a mente che non abbiamo idea di come sia strutturata l'Ortodossia,» dice Marsha. «C'è la possibilità che quell'alleanza sia davvero fragile. Di certo noi lo speriamo. C'è anche la possibilità che abbiano pianificato di eliminarsi a vicenda non appena avranno raggiunto i loro scopi.»
«E in verità,» dice Rose, «anche se non siamo a caccia di Manipolatori da uccidere, quest'odio vecchio di secoli è molto difficile da superare, a dispetto di tutto ciò che abbiamo imparato. È il punto focale della mia meditazione sull'amore e sulla gentilezza.»
«Quindi, ora che ci siamo liberati da queste cose, possiamo procedere con l'Unione tra te e noi,» dice Paul, rivolgendo a Rose uno strano sguardo.
«Perché?» chiedo. «Non mi è piaciuto quando mi sono Unito a Caleb, quindi non sono così ansioso di rifarlo.»
«Lo farai, in modo che possiamo fidarci di te,» dice Paul, aggrottando le sopracciglia candide.
«Okay, ma non abbiamo un paradosso del Comma 22, qui? Non voglio farlo perché io non sono sicuro di fidarmi di voi ,» dico, cercando di non suonare petulante.
«La tua opinione al riguardo è irrilevante.» Il viso di Paul si arrossa. «Tu farai ciò che ti viene detto.»
Sembra mio zio Kyle, e quello mi fa perdere ogni controllo, quindi gli dico: «Ascolta, Nonno, vai a farti fottere.»
«Piccolo...»
«Se posso,» dice Rose, interrompendo qualunque insulto Paul mi stesse per rivolgere. «Darren, lascia che ti mostri un altro po' del Tempio. Penso che dovremmo fare una bella chiacchierata.»
«Per favore, portami nella tua Dimensione della Mente, quando è pronto,» dice Marsha, e torna verso il suo corpo. Lo dice come se fosse una conclusione scontata, e mi fa incazzare anche quello, ma poi si tocca il collo e scompare prima che io possa ribattere.
Come nota a parte, ciò che Marsha ha fatto è un ottimo modo di passare il tempo in questo tipo di situazione. Quando verrà riportata qui dentro, non avrà dovuto sperimentare l'attesa in cui io in teoria sono stato convinto a effettuare l'Unione, quindi per lei, anche se ci volesse un anno, sarebbe come se fosse trascorso un solo istante. In quel modo, è quasi come viaggiare nel tempo. Naturalmente non verrà riportata nella Quiete, punto, perché non ho alcuna intenzione di lasciare che mi convincano.
«Faccio lo stesso,» dice Edward, e raggiunge il suo corpo.
«Io resto qui,» commenta Paul a denti stretti e si dirige verso quello che presumo sia il suo posto nel cerchio. «Chiedi a Caleb di fare la guardia, quando lo vedi.»
Senza dire altro, prende posizione su un posto vuoto. Dev'essere dove sarebbe stato il suo corpo congelato se non si trovasse in strada, accanto alla macchina. Adesso è alla distanza di un braccio dal monaco barbuto al centro del cerchio. Si mette nella posa del loto, chiude gli occhi e, immagino, comincia a meditare.
Rose mi prende per il gomito, e ce ne andiamo in silenzio dall'anfiteatro. Vedo Caleb nel lato destro del corridoio che passa attorno all'enorme stanza da cui siamo usciti. Giriamo a sinistra e cominciamo a camminare. Con la coda dell'occhio, colgo l'incredibile vista delle scale decorate che portano all'anfiteatro.
«Siamo persone molto pazienti, Darren,» mormora Rose. «Quindi otterremo ciò che vogliamo.»
«E questo cosa vorrebbe dire?»
«È semplice. Che altra scelta hai a parte collaborare?»
«Ne ho a bizzeffe. Posso andarmene da questo posto e tornare a Miami, a godermi il resto della vacanza.»
«D'accordo, spiegami una cosa al riguardo,» mi dice, gli occhi che luccicano di malizia. «Passo dopo passo, come pensi di poter raggiungere Miami?»
«Beh,» comincio, pensandoci per la prima volta, «devo uscire dalla Quiete...»
«È così che chiami lo Sdoppiarsi? Mi piace,» dice. «Per uscire , cos'hai bisogno di fare?»
«Devo toccarmi,» le rispondo, il cuore che perde un battito quando comincio a comprendere la mia situazione.
«Per favore, non farlo qui,» ribatte lei, il luccicore nei suoi occhi che diventa puro e semplice divertimento. «Quella è una parte della tua crescita che non mi dispiace essermi persa.»
Rendendomi conto di cos'ho detto, comincio a ridere, anche se in parte si tratta di una risata isterica.
«Sembra che tu abbia il mio senso dell'umorismo,» commenta Rose. «Di certo non l'hai preso da Paul.»
Smetto di ridere. «Il sacco sulla testa non era per nascondere questo luogo, ma l'ubicazione del mio corpo, giusto?» chiedo guardandola. «Non posso uscire senza toccare il mio corpo, quindi sono bloccato qui, nella Quiete di Paul.»
«Un altro termine che hai inventato?» mi chiede lei, in tono d'approvazione. «Sei intelligente come mi aspettavo. La situazione è proprio come l'hai descritta, con altre due informazioni che dovrebbero persuaderti a collaborare. Primo, Paul è estremamente testardo, e spero che tu non abbia preso una cosa simile da lui. E secondo, può mantenere questa sessione per molti anni individuali, e lo farà. Quindi vedi, tutto ciò che dobbiamo fare è aspettare, una cosa su cui abbiamo molta più pratica di te.»
«Potrei uccidermi,» suggerisco. «In questo modo ne uscirei.»
«E diventare Inerte? Non lo faresti,» mi risponde, ma la sua fronte si corruga a quel pensiero. «E poi, Paul e Caleb si limiterebbero a portarti qui e aspetteremmo che la tua Profondità torni.»
Ha ragione, naturalmente, ma quello mi dà un'idea ancora più disperata. Senza dire una parola, mi giro e torno all'anfiteatro.
«Caleb,» grida Rose. «Proteggi la Sala. Ora .»
Deve aver indovinato le mie intenzioni.
Comincio a correre su per le scale, ma quando arrivo nella Sala, Caleb è già lì, a braccia conserte. Cazzo. La mia idea di uscire da questa Dimensione della Mente comprendeva l'uccisione del mio appena scoperto nonno. Visto che sono nella sua Quiete, ucciderlo mi avrebbe consentito di uscirne e lo avrebbe reso Inerte, un sacrificio che ero disposto a fare, considerando la situazione in cui mi ha messo quel vecchio.
«Ti rendi conto che se succedesse qualcosa a Paul ti ritroveresti in macchina con me, vero?» Il sorriso di Caleb rispecchia quello di uno squalo. «E io lo apprezzerei molto poco .»
D'accordo, il piano non va bene. Non sono nemmeno sicuro che avrei potuto metterlo in pratica. Probabilmente volevo solo spaventare quel vecchio brontolone con l'eventualità di renderlo Inerte e trovare una via d'uscita con i ricatti, ma ciò che ha detto Caleb è vero. Dentro o fuori la Quiete, mi trovo comunque in una situazione precaria.
«Sei pronto a continuare il nostro giro?» mi chiede Rose ai piedi delle scale. «Hai finito con queste sciocchezze?»
Non le rispondo. Invece mi metto di nuovo a correre, percorrendo la rampa gigante di scale.
Nel giro di pochi minuti, oltrepasso i monaci congelati e sfreccio lungo i giardini, fino a quando non mi trovo fuori dal Tempio. La foresta circonda l'intero perimetro della valle in cui è situato, così non posso essere sicuro da quale direzione siamo venuti quando sono stato bendato. Seguendo un presentimento, corro verso gli alberi in lontananza, sperando che sia la strada giusta.
Continuo a correre, a un ritmo a cui all'inizio è quasi divertente e mi ricorda le escursioni che facevo da bambino. I sandali rendono anche più facile muovermi e i miei piedi sono molto grati per quello. Sfortunatamente, dopo ore di corsa, tutto ciò che ottengo è stancarmi a morte. Non trovo la strada, figuriamoci la macchina. Con testardaggine, corro ancora un po'. Il divertimento è scomparso da tempo, rimpiazzato poco a poco da una stanchezza tormentosa.

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